Empoli e il suo Museo: com’era nel 1959…

IL MUSEO DELLA COLLEGIATA
Breve storia del Museo

Immagine 

Da “Guida Turistica di Empoli, 1959”

Cinquemilaquaranta lire elargite nel 1859 dal Ministero degli Affari Ecclesiastici per il restauro delle opere d’arte della Collegiata di Empoli, furono la “posa della prima pietra” della Galleria, che l’anno dopo, grazie all’attività sempre solerte dell’Opera di S. Andrea, trovava la sua sistemazione nella Cappella di San Lorenzo.

Vennero ben presto ad ingrossare le file della raccolta numerose opere d’arte di proprietà ecclesiastica prelevate dal territorio empolese e altre, frutto di generose donazioni di famiglie locali, quali i Bogani, i Cannoni, i Del Vivo, i Gozzini e i Romagnoli. Il locale fu in seguito raddoppiato e cosi furono due le sale del Museo. Continua a leggere

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Al Vieusseux i cento anni di Vannicola

 

A Firenze la presentazione del volume

Bisogna vivere più di una vita

Giuseppe Vannicola cento anni dopo

 

Martedì 27 febbraio alle 17.30 al Gabinetto Vieusseux di Firenze sarà presentato il volume Bisogna vivere più di una vita / Giuseppe Vannicola cento anni dopo Atti del Convegno (Macerata – Montegiorgio, 26-27 novembre 2015) a cura diAndrea Lombardinilo e Laura Melosi pubblicato dalle eum – edizioni università di macerata.
Dopo l’introduzione di Gloria Manghetti, interverranno Marino Biondi e Andrea Gialloreto. Condurrà Marco Ferrazzolie saranno presenti gli autori.

Giuseppe Vannicola (1876-1915) appartiene a quella schiera di intellettuali di primo Novecento che sono stati capaci di valicare la dimensione meramente locale per affermarsi sul piano nazionale ed europeo, all’insegna di un eclettismo culturale tipico dell’Italia post-unitaria. Il volume documenta “le opere e i giorni” di uno scrittore inquieto, che ha sperimentato percorsi creativi differenti e maturato collaborazioni prestigiose. I suoi scritti e le sue iniziative editoriali si legano a doppio filo ad una vicenda biografica sofferta e travagliata, conclusasi misteriosamente sugli scogli di Capri.

Andrea Lombardinilo è ricercatore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università degli studi Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara.Tra i suoi volumi: Leopardi: la bellezza del dire (Venezia, Marsilio, 2012); Building University. In una società aperta e competitiva (Roma, Armando, 2014).

Laura Melosi è professore ordinario di Letteratura italiana all’Università di Macerata e responsabile della Cattedra Giacomo Leopardi. Studia la tradizione letteraria moderna e contemporanea, con particolare attenzione al Sette-Ottocento e al primo Novecento delle avanguardie.

Guido Carocci e la Galleria della Collegiata di Empoli

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Ricordo di Empoli

edito a cura del Proposto G. Bucchi

(Collezione Famiglia Guerri, Empoli)

LA GALLERIA DELLA COLLEGIATA D’EMPOLI

da: Le Gallerie Nazionali Italiane

Notizie e documenti

Roma

Per cura del Ministero della Pubblica Istruzione. 1898, vol. IV

MUSEO COLLEGIATA 4

La Pieve Collegiata di Sant’Andrea a Empoli è l’edificio più interessante e più artisticamente pregevole dì quell’ampia e popolosa terra che fu un giorno emporio del commercio fiorentino.

Sorta nel 1093, serba di quel tempo lontano la parte inferiore della sua facciata., rivestita di marmi bianchi e neri di uno stile identico a quello della Basilica di San Miniato al Monte, di San Salvatore del Vescovo, della Badia Fiesolana e, si può aggiungere, del Battistero di Firenze, fabbriche tutte che sorsero o vennero ridotte in quello stesso tempo. Continua a leggere

Walfredo Siemoni, La Madonna degli Ebrei.

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Da: Il Segno di Empoli, Aprile 1991

In occasione del numero de “Il Segno di Empoli” dedicato alla riapertura del museo della Collegiata, Giuliano Lastraioli riprendeva – puntualmente – la vicenda del tabernacolo robbiano un tempo sul prospetto principale del vecchio Palazzo Pretorio.(1). Eseguito nell’ambito di Giovanni della Robbia nel 1518 – come attesta l’iscrizione a spese della comunità ebraica cittadina a seguito delle note vicende, restò in loco per oltre tre secoli, é venne trasferite nel secolo scorso nei locali della Galleria di S. Lorenzo. Nel suo interessante resoconto, il Lastraioli, sulla base di incisioni pubblicate dal Müntz nel 1897, era portato a ritenere che il distacco del manufatto fosse avvenuto intorno a tale anno ma tuttavia la schedatura degli oggetti d’arte del territorio compilata da Guido Carocci nel 1894 – dove la robbiana viene accuratamente descritta nella prima sala della ‘Galleria’, inficiava tale ipotesi, suggerendo una ricerca più approfondita delle fonti locali, auspicata del resto dallo stesso storico (2). I verbali della Giunta e del Consiglio comunale conservati nelle loro serie pressoché complete nell’Archivio Storico del Comune più di una volta si sono rivelati strumento indispensabile per indagare i temi dell’ottocento cittadino (3). Scorrendoli a ritroso, iniziando naturalmente dall’anno 1894, mi sono imbattuto in una delibera della Giunta del gennaio 1892; in essa l’assessore Giovanni Lami – figlio del noto Vincenzo, ormai prossimo a passare a nuova vita – propone la vendita del Pretorio poiché “di nessun pregio sotto i rapporti artistici e monumentali e molto più adesso, eseguita ormai la remozione della Madonna di Luca della Robbia già trasportata nella Galleria annessa all’Insigne Chiesa Collegiata d’Empoli” (4). Era quindi lecito, stante la data della delibera, che il fatto fosse avvenuto almeno nel precedente anno 1891 il cui spoglio però non dette alcun esito positivo. Scorrendo un pieghevole di una mostra fotografica – realizzata da Mario Bini vari decenni addietro e ricavata da materiali del tardo ottocento e dei primi di questo secolo ai numeri 44 e 45 notai due diverse vedute della piazza Farinata con ancora il tabernacolo nel suo sito primitivo; verosimilmente la prima di esse parrebbe essere la stessa di quella pubblicata in margine al testo del Lastraioli e da lui indicata come possibile fonte dell’incisione riportata poi dal Müntz in calce, analogamente alle altre riproduzioni, è la data – 1887 – (5). Questa, forse ricavata da un timbro postale sul tergo o da altri riferimenti presenti nell’originale, spostava notevolmente indietro il raggio delle ricerche fornendo un prezioso termine a posteriori. Esaminando i verbali delle delibere si nota la costante preoccupazione – negli anni che ci interessano – nei riguardi della neoclassica fonte del Pampaloni “bellissimo monumento che forma l’ammirazione di quanti si vanno a visitare il nostro Paese” esprimendo più volte preoccupazioni per “i guasti dipendenti dall’opera di monelli e dei male intenzionati” i quali – come ebbe modo di far notare l’assessore Gregorio Chianini – avevano provocato “nel volto di una Ninfa un qualche guasto tuttora visibile” a causa della cattiva illuminazione notturna (6). E in tale ottica che va inquadrato l’intervento dello stesso Chianini nel medesimo 1883 quando propose “per la miglior conservazione di detto oggetto d’arte [il tabernacolo robbiano] o la costruzione di un’edicola o la remozione della immagine che potrebbe venire collocata con alcuni altri oggetti d’arte di proprietà comunale nella “Galleria annessa alla Chiesa Collegiata d’Empoli” che in quello stesso periodo Vincenzo Lami – citato a tal proposito da Emilio Del Vivo nella replica al collega – andava riordinando (7). In una successiva riunione, il 21 aprile per l’esattezza, fu pertanto sancita ed approvata “la remozione di detta Immagine dalla facciata esterna di detto Palazzo [Pretorio]… e da collocarsi detta Immagine fino a nuove disposizioni nello stesso locale ove trovasi riuniti gli oggetti d’arte già esistenti nell’Orto dell’ex monastero di S. Maria a Ripa”, i locali del soppresso monastero di S. Stefano dove erano state raccolte dal Lami in seguito allo stacco operato da Gaetano Bianchi, verosimilmente autore dell’impresa anche nel caso in esame (8). Quanto questa preziosa serie di terracotte invetriate – all’epoca riferite in blocco alla ‘mitica’ scuola di Luca – stesse a cuore dell’amministrazione comunale e del Lami stesso ne dà l’esatto valore il fatto che fu in merito al loro collocamento per cui l’anziano pittore nel settembre 1885 rassegnò le dimissioni dall’incarico di Presidente della commissione a ciò preposta per ritirarle dopo pochi giorni a seguito delle unanimi pressioni esercitate dal sindaco e dall’intera Giunta (9). Fatta luce sul perché e quando avvenne la musealizzazione del tabernacolo restano alcuni interrogativi aperti. Tutta l’iconografia in nostro possesso ad esso relativa – purtroppo limitata al solo tardo ottocento – mostra la Madonna racchiusa entro una massiccia corniciatura lapidea formata da una coppia di pilastri lisci che sorreggono una trabeazione dove poggia una lunetta entro cui era qualcosa – forse un tondo – probabilmente anch’esso in terracotta. La preziosa foto – pubblicata anch’essa nel citato numero speciale del “Segno” – che mostra la prima sala della Galleria di S. Lorenzo, riferibile ai primi del nostro secolo in seguito al riordinamento operato dal Carocci, permette di identificarla presso la parete destra del locale “racchiusa entro un più grandioso tabernacolo di pietra che riproduce l’originale che trovavasi all’esterno dell’antico Palazzo Pretorio di Empoli” come lo stesso storico annota nella preziosa schedatura da lui effettuata nel 1894 (10). Resta perciò ignota la sorte del tondo inserito nella lunetta come pure del tabernacolo lapideo – a giudicare dalla tipologia più tarda della terracotta – sia dell’originale come della copia descritta nel museo, quest’ultima forse scomparsa in seguito all’allestimento postbellico del Baldini. Ignoti pure i motivi che spinsero il Lami a collocare il tabernacolo robbiano entro una ricostruzione e non nella corniciatura autentica. Un altro punto oscuro è la presenza del Bambino acefalo: se il Carocci non può che accodarsi – se non fu invece l’opposto – all’insoddisfacente e poco plausibile motivazione riportata poi da Bucchi ne ‘Le cento città d’Italia’, cioè che la decapitazione fosse avvenuta per carpire il segreto dell’invetriatura, restano da considerare altri fattori. Se il Chianini nel 1883 si lamenta di monelli e maleintenzionati che nottetempo tirano sassate alle ‘Ninfe’ del Pampaloni, nulla vieta di supporre che un’analoga sorte sia toccata al nostro tabernacolo. Tuttavia sarebbe alquanto anomalo che nei verbali – per altro sempre estremamente precisi – ciò non venisse menzionato, per di più trattandosi di un “lavoro di non poco pregio” a meno che il fatto non fosse avvenuto a tale distanza dalla sua musealizzazione che ormai se ne era persa memoria. La riproduzione del Carniglia che con altre correda l’articolo del canonico appare evidentemente priva di valore documentario – come d’altra parte anche il Lastraioli ha fatto notare – a causa della posa dell’Infante per cui la presenza della testa del Bambino appare verosimilmente imputabile ad un intervento di ricostruzione operato dal disegnatore secondo un atteggiamento ‘romantico’ caro alla mentalità ottocentesca. In tal modo torna a prendere corpo l’ipotesi – avanzata dallo storico fin dall’inizio – che il Gesù potesse essere ‘decapitato’ al tempo dei fermenti filofrancesi dello scorcio del XVIII secolo (11).

NOTE

1) G. Lastraioli, Judaica & dintorni, in ‘Il Segno d’Empoli’ n. 11 Ottobre 1990. pp. 6-7.

2) Archivio dell’Ufficio Catalogo della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, alla voce “Empoli”; una copia è in Archivio Storico Empolese (A.S.E.), Oggetti e monumenti d’arte.

3) I verbali, muniti di indici cronologici per la Giunta, alfabetici per il Consiglio, si sono rivelati di fondamentale interesse per le ricerche da me effettuate nel tardo Ottocento empolese, quali quella sull’insediamento scolopico e lo sviluppo della pinacoteca.

4) A.S.E., Giunta 1892, 5 gennaio.

5) In: Empoli ieri. Rassegna di immagini a cavallo di sue secoli (1875-1925) n. 44 e 45.

6) A.S.E., Giunta 1883, 9 aprile.

7) Ivi.

8) A tale proposito cfr. quanto affermavo in: Vincenzo Lami: Note per la riscoperta di un personaggio dimenticato attraverso un episodio museale inedito, in ‘Miscellanea Storica della Valdelsa, 1990 pp. 157’.

9) Ivi, p. 160 n. 36.

10) A.S.E., Oggetti e Monumenti d’arte.

11) Cfr. G. Lastraioli, cit. ed inoltre: Israele a Empoli nei due secoli della Rinascenza, in “Bullettino Storico Empolese”, I, n. 6 p. 453.

Un convegno per Caravaggio a Empoli

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“Da Caravaggio, il San Giovanni nel Deserto Costa e delle sue copie”

Note a margine sulla giornata di studio

Foto di Marcantonio Perugino

di Paolo Pianigiani

Gli antefatti

Eravamo in pochi a conoscere quella antica copia, attaccata fuori squadra e dimora provvisoria chissà da quando, sull’altare della cappella che Tommaso degli Zeffi, sul cominciare del ‘600, si fece costruire in Santagostino. Quell’aggettivo dispregiativo, “copia”, che si tirava dietro, la condannava a perpetuo disinteresse e a un destino senza speranza. Eppure quella tela l’aveva portata ad Empoli, sua patria, monsignor Marchetti Giovanni, insieme alla biblioteca. Immensa e pesantissima, costituita in parte dalle tirature non ancora rilegate, andate per il presente invendute, dei suoi libri a sottofondo religioso.

I libri, con la giunta di alcuni quadri, anche loro a carattere religioso, arrivarono probabilmente per navicello, provenienti da Roma. Da quelli gli empolesi ci tirarono su la loro biblioteca pubblica, che si doveva chiamare di San Giovanni, in perpetuo ricordo del suo fondatore Giovanni Marchetti e contenere di conseguenza nella sala grande (l’attuale sala delle conferenze del Comune, la ex mensa degli Agostiniani) in bella vista proprio il San Giovanni nel Deserto di Michelangelo da Caravaggio. Non sappiamo dove i prelato empolese si procurasse il dipinto. Sappiamo che in quegli anni, esattamente nel 1802, un emissario del Re di Napoli Ferdinando di Borbone acquista una versione simile dello stesso soggetto, che Roberto Longhi giudicherà originale. Ma una cosa è certa, come ci ha spiegato Walfredo Siemoni, organizzatore del Convegno, nel suo intervento: il nostro Monsignore era convintissimo di essersi portato a casa un’opera autentica. E ci ha detto il perché: di altro quadro, più piccolo e devozionale, una Madonna Annunziata, il Marchetti ha lasciato scritto nel suo testamento che si trattava di un Guido Reni, ma forse, come gli avevano detto “altri intendenti” era di  Elisabetta Sirani. Quindi se avesse avuto qualche dubbio, lo avrebbe detto.

E invece scrisse nel suo testamento, subito prima di morire: “il mio quadro di Michel Angelo da Caravaggio rappresentante san Giovanni Battista che predica nel deserto, (che) dovrà collocarsi di prospetto nella prima stanza sopra gli scaffali dei libri, per segno e supplica della Sua special protezione del luogo che ne prenderà anche il nome e si chiamerà la Libreria di san Giovanni Battista, unendo così la memoria eziandio dell’offerta e dell’omonimo fondatore”.

E gli empolesi, per nulla ossequiosi delle ultime volontà da lui espresse, gli pèrsero quasi il suo Michel Angelo da Caravaggio, e gli intitolarono la Biblioteca a Renato Fucini, che tutto era meno che un santo in meditazione nel deserto. Anzi! Era un mangiapreti della peggiore risma!

E in occasione di un’altra giornata di studio, dedicata a Monsignore, tenuta sempre a Santagostino il 17 Novembre 2012, venne in mente ai dirigenti della Misericordia di Empoli, in primis a Giovanni Pagliai, l’allora Governatore in carica, di far restaurare il dipinto ritenuto “copia” del più celebre originale acquistato dal museo di Kansas City nel lontano 1952. E il Rotary di Empoli dette il proprio contributo al restauro, affidato a Sandra Pucci, che se lo portò in studio per le operazioni necessarie, sotto la direzione di Cristina Gnoni Maravelli della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio di Firenze Pistoia e Prato.

I fatti

Scorsi i mesi di lavoro le sorprese non sono mancate. Come terzo o quarto lavoro chi scrive aiuta quel poco l’attività della propria moglie, manovrando ormai con una qualche praticità luci e cavalletti. Alena Fialová ha seguito le varie fasi del restauro, documentando i momenti essenziali della prima pulitura, e la consapevolezza della restauratrice di quello che i due restauri precedenti (uno ha compreso la sostituzione della tela di supporto, o rintelaiatura), hanno lasciato vivo, con i dubbi e le scelte da fare non sempre facili. Le discussioni e i confronti con la responsabile del restauro, la propria esperienza e la propria sensibilità, che non è mai solo mestiere. Giunti ormai alla fine del lavoro, si è ritenuto di dover eseguire una serie di verifiche diagnostiche presso la ditta Art-Test di Firenze, che son servite a conoscere aspetti del dipinto non visibili a occhio nudo. Intanto, già da mesi, Walfredo Siemoni si era attivato per organizzare un Convegno, per fare il punto a oggi sulle ricerche intorno a questa particolare opera di Caravaggio e alle due altre copie conosciute. Il primo contatto che è andato a cercare è stato il museo Nelson-Atkins di Kansas City, che ha subito risposto con entusiasmo. Era per loro l’occasione di aggiungere un altro tassello alla storia del bellissimo dipinto di Caravaggio, il più bello, a detta di molti, fra quelli custoditi negli Stati Uniti.

Hanno dato la loro adesione al convegno altri studiose notissime di Caravaggio, come Mina Gregori, Cristina Terzaghi e Roberta Lapucci. Ha inviato il suo contributo anche Angela Cerasuolo della Soprintendenza di Napoli, che ha restaurato la copia del San Giovanni nel deserto acquistata da Ferdinando di Borbone e custodita al Museo di Capodimonte.

Il Convegno

Dopo il saluto del Governatore della Misericordia Pierluigi Ciari, che ha ringraziato la Cassa di Risparmio di San Miniato per aver dato un contributo per la realizzazione della giornata di studio e il Rotary empolese per il contributo al restauro, l’assessore Eleonora Caponi ha portato il saluto del Comune e in particolare del Sindaco di Empoli Brenda Barnini.

Il Convegno è quindi entrato nel vivo, introdotto dal moderatore, Bruno Santi e aperto da Mina Gregori. Il contributo di Nicole R. Meyers, che è stato letto dal moderatore, ha ripercorso la lunga strada di quel dipinto originale, il San Giovanni “Costa”, che da Roma finì in Inghilterra, per poi arrivare, per una fortunosa serie di circostanze, presso di loro, per la non indifferente sommetta di un milione di dollari (si era nel 1952). Cristina Terzaghi ha parlato della copia che è custodita presso il museo di Albenga. Il banchiere ligure Ottavio Costa, intorno al 1602, commissionò all’emergente Michelangelo Merisi il San Giovanni Battista, per un piccolo oratorio di patronato della sua famiglia, a Conscente nei pressi di Albenga in provincia di Savona. Di questa commessa si è ritrovata da poco la ricevuta firmata dal Caravaggio, per 20 “schudi di moneta”. Le cose invece andarono diversamente. Appena si trovò davanti il capolavoro di Caravaggio, Ottavio pensò bene di tenerselo nella sua casa romana e inviare a destinazione sacra del piccolo oratorio una copia di simili dimensioni, che fece fare da un suo copista di fiducia.

La studiosa dell’Università di Roma3 ha messo a conoscenza il pubblico e i colleghi che le copie ad oggi conosciute sono ben quattro; infatti l’ultima è “passata” dalla casa d’aste Sotheby’s nel 2010.

L’altra copia conosciuta, che fu considerata autentica da Roberto Longhi, è stata illustrata dalla relazione di Angela Cerasuolo. In effetti è praticamente identica nella forma e nei particolari dipinti. Ma con i mezzi che oggi ci offre la diagnostica scientifica si è potuto vedere che non presenta nessuna delle caratteristiche tipiche del modo di dipingere di Caravaggio. La critica si divide oggi per una attribuzione a Bartolomeo Manfredi oppure al romano Angelo Caroselli. Walfredo Siemoni ha approfondito la storia del “nostro” dipinto caravaggesco, inserendolo nel contesto della chiesa di Santagostino, dove non era destinato ad andare. Doveva infatti trovare posto fra i libri della sua biblioteca resa pubblica in seguito alla donazione. Cristina Gnoni ha poi parlato dei restauri che insieme alla Misericordia di Empoli sono stati eseguiti in Santo Stefano degli Agostiniani (così fuori da Empoli si chiama questa chiesa), per arrivare a quello che si è presentato durante il Convegno. Ha preso la parola quindi Sandra Pucci, che ha riproposto il suo restauro, che ha cercato di ritrovare l’antica e originaria bellezza in un dipinto che ha subito almeno due interventi molto decisi, che lo hanno privato di molte parti della superficie originaria, che per fortuna è rimasta integra in pochissimi brani pittorici di livello molto alto.

Anna Pelagotti di Art-Test, la ditta di specialisti delle diagnosi su opere d’arte, ci ha portato sotto la superficie dipinta, nei dettagli invisibili ad occhio umano. E ci ha fatto apprezzare la qualità della preparazione, che fu velocissima e senza disegno, con alcune varianti e pentimenti che portano in ogni caso a un pittore di alta capacità professionale. Al momento senza un nome, ma che potrebbe portare a sorprese ad oggi inimmaginabili. Nella ripresa del pomeriggio Roberta Lapucci dell’Università Americana SACI di Firenze, e notissima studiosa di Caravaggio, ha parlato della figura di San Giovanni Battista nell’ambito della produzione del Maestro. Ha concluso il lungo ordine dei relatori Marco Masseti, dell’Università di Firenze, che ha fatto un intervento non propriamente “artistico” quanto naturalistico. Inserendo nel mondo dell’arte e in particolare nel nostro dipinto notazioni legate al mondo animale. Per esempio ha fatto notare che la pelle di cammello di cui era cinto il San Giovanni era probabilmente di dromedario. A finire il convegno e a tirare le conclusioni della giornata di studio ci ha pensato Bruno Santi. Con lo spirito tutto toscano che lo caratterizza ha sottolineato che i beni artistici sono un alto valore aggiunto alla città, parlano linguaggi meravigliosi e meritano di essere ascoltati e mantenuti al godimento dei cittadini. Cosa che la Misericordia di Empoli sta facendo ormai da tempo.

Finisco questo lungo articolo, che ha riassunto ore ed ore di Convegno, con una mia riflessione. La cultura qui da noi si divide in due mondi, spesso non comunicanti fra loro. Uno fatto di parole e uno fatto di restauri. Per chi verrà dopo di noi le parole contano poco. Conteranno i restauri che terranno vive e fruibili le opera d’arte che i nostri antenati ci hanno lasciato. I discorsi se li porta via il vento, che da qualche tempo in qua da noi soffia duro e porta danni.

Paolo Pianigiani

La vetrata del Duomo di Firenze

La vetrata del rosone del Duomo di Firenze dopo il restauro, courtesy Opera del Duomo, foto Alessandro Becattini

E’ terminato il restauro della monumentale vetrata dell’occhio di facciata del Duomo di Firenze

 

In via eccezionale sarà possibile vederla esposta in Battistero, dal 4 giugno all’8 settembre 2015 prima della ricollocazione sulla facciata del Duomo

 

E’ terminato il restauro della monumentale vetrata dell’occhio di facciata del Duomo di Firenze, raffigurante l’Assunzione della Vergine su disegno di Lorenzo Ghiberti.

Il restauro, commissionato dall’Opera di Santa Maria del Fiore e realizzato dallo storico laboratorio fiorentino Studio Guido Polloni & C. con il contributo di Intesa Sanpaolo nell’ambito del progetto Restituzioni, ha recuperato le splendide cromie originali oscurate dal tempo e dai fenomeni di degrado. La luce divina di Maria, che irradia e permea tutta la scena, è tornata a brillare.

Dal 4 giugno all’8 settembre 2015, festa dell’Opera, in via eccezionale la vetrata sarà esposta nel Battistero di Firenze, dove per la prima volta, sarà possibile vederla da vicino prima di essere rimontata sulla facciata del Duomo.

Giovedì 4 giugno, alle ore 11.30, sempre in Battistero avrà luogo la presentazione al pubblico dei lavori di restauro alla presenza del cardinale Giuseppe Betori, del presidente dell’Opera di Santa Maria del Fiore, Franco Lucchesi, e del vicepresidente vicario del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Mario Bertolissi.

Collocata nel giugno del 1405 sopra la porta dell’incompiuta facciata di Arnolfo di Cambio, la vetrata del rosone fa parte dello straordinario ciclo di 44 vetrate istoriate, 45 in origine, della Cattedrale di Firenze, che furono realizzate in mezzo secolo, tra il 1394 e il 1444, da maestri vetrai su disegni preparatori di Donatello, Lorenzo Ghiberti, Paolo Uccello, Andrea del Castagno e Agnolo Gaddi.

Divisa in 28 pannelli per 6 metri e 16 cm di diametro, corrispondenti alla misura dell’epoca di circa “10 braccia fiorentine”, la vetrata del rosone, realizzata dal maestro vetraio Niccolò di Piero Tedesco, su cartone di Lorenzo

Ghiberti, raffigura l’Assunzione della Vergine come lo stesso artista descrive nei Commentari: Disegnai nella faccia di sancta Maria del Fiore nell’occhio di mezo l’assumptione di Nostra Donna”.

In realtà la scena illustra i due episodi dell’Incoronazione e dell’Assunzione che insieme con quelli della vita della Vergine, previsti per le finestre della navata destra e mai realizzati, dovevano esaltare il culto di Maria a cui la Cattedrale di Firenze è dedicata. L’intento del ciclo di vetrate era di tracciare un percorso di fede che partendo dall’immagine dell’Assunzione della Vergine nel rosone, percorreva la navata centrale e si concludeva con gli episodi salienti della vita di Cristo illustrati nelle finestre del tamburo della Cupola del Brunelleschi. Il racconto era circolare e poteva essere letto a ritroso.

Il restauro si è reso necessario perché la vetrata del rosone e le altre del Duomo sono soggette al cosiddetto fenomeno di “polverizzazione del vetro”, dovuto a cause di origine chimica e biologica, prima fra tutte l’umidità della condensa. Sulle vetrate si vengono a creare delle croste di disfacimento del vetro, che continua così ad assottigliarsi fino a scomparire, oltre a creare un forte effetto oscurante.

Una volta smontata e trasportata nel laboratorio per il restauro, nel marzo 2014, la vetrata del rosone è stata sottoposta a pulitura attraverso ripetuti lavaggi, in grado di rimuovere lo strato polveroso superficiale, a cui è seguito un intervento meccanico eseguito con bisturi per togliere gli strati più profondi e tenaci delle croste di decomposizione. Successivamente è stato eseguito il reintegro pittorico a freddo sulle parti mancanti, che ha permesso un recupero della leggibilità del disegno e della plasticità delle figure.

Ad oggi, compresa la vetrata del rosone, sono state restaurate 32 delle 44 vetrate ancora esistenti.

Il ciclo di vetrate del Duomo di Firenze è tra i più importanti al mondo per la loro unità cronologica, per la grande percentuale di vetri originali e per gli artisti che eseguirono i disegni preparatori tra cui Lorenzo Ghiberti, il cui nome è legato a 36 delle 44 vetrate.

Nella vetrata del rosone, la solenne figura frontale di Maria “ancora legata al linguaggio giottesco e a quello di Andrea Pisano, ma anticipatrice di esiti umanistici nel panneggio delle vesti che donano movimento e profondità alla figura”, come scrive la studiosa Silvia Ciappi,  è inserita in  una nicchia ogivale di raggi luminosi color oro, sorretta da una danza di Angeli.  L’intensa luce dorata che emana la Vergine irradia e permea tutta la scena. La Madonna ha le mani giunte in atto di preghiera e indossa un sontuoso mantello di colore bianco, decorato con stelle simili a fiori. Angeli e Serafini le volteggiano attorno, sollevandola, con le vesti lucenti e mosse che pare di udire le loro voci e i canti. In alto Gesù tiene in mano una corona che sta per posare sulla testa della Vergine.  Una cornice a forma di ghirlanda con 14 figure (12 Apostoli e 2 profeti) alternati a elementi floreali, racchiude la scena.

Restituzioni      
Programma di restauro di opere d’arte promosso e gestito in collaborazione con gli organismi pubblici di tutela competenti, le Soprintendenze per i Beni Archeologici, Storico-Artistici, per i Beni Architettonici e Paesaggistici che dal 1989 Restituzioni ha permesso il recupero di oltre mille manufatti artistici conservati nel nostro Paese. Per la XVII edizione e in attesa della mostra curata da Carlo Bertelli e Giorgio Bonsanti in programma nella primavera 2016 alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala, sede museale di Intesa Sanpaolo a Milano, numerosi gli appuntamenti organizzati in questi mesi lungo la penisola, un vero Grand Tour, che permette sin da ora di conoscere le finalità del progetto e alcune delle opere selezionate per questa edizione, di avvicinarsi e comprendere le problematiche dei loro restauri e vederne da vicino i progressi.

Insieme al restauro della vetrata presentata oggi la pubblico, Intesa Sanpaolo ha sostenuto anche quello della vetrata dei profeti Joram e Ihesus ed Eliezer e Her nella tribuna nord.

INFORMAZIONI PER IL PUBBLICO

BATTISTERO DI FIRENZE, ORARI DI APERTURA

lunedì, martedì, mercoledì e venerdì ore 8.15/10.15 – 11.15/18.30

giovedì e sabato ore 8.15/18.30 – domenica ore 8.15/13.30

Per gli orari si consiglia di consultare il sito dell’Opera di Santa Maria del Fiore

alla pagina: http://www.ilgrandemuseodelduomo.it/monumenti/3-battistero

BIGLIETTO: Si accede in Battistero acquistando il biglietto unico di 10 euro che da diritto a visitare

anche il Campanile di Giotto, la Cupola del Brunelleschi e la Cripta di Santa Reparata

INFORMAZIONI PER LA STAMPA

Ufficio Stampa Opera di Santa Maria del Fiore
Ambra Nepi Comunicazione, Firenze
+39 3486543177

info@ambranepicomunicazione.it
www.ambranepicomunicazione.it


I proverbi e i detti di Nonna Maria

1947, il matrimonio di babbo e mamma

1947, matrimonio di babbo e mamma

 Già pubblicato su Emporium, Giugno 2006

La saggezza di’ ppopolo, si sa, si riassumeva un tempo nemmeno tanto lontano, in fulminanti proverbi, brevi giri di parole che dovevano, nelle intenzioni di chi lei diceva, fare da commento premonitore o da riassunto ammonitore dell’accaduto, inevitabile perché pronisticato dal fato, che il detto stesso, tramandato in circostanze simili e diventato patrimonio popolare, riaccorpava all’esperienza di una intera comunità.

Nonna Maria, che io da cinquantanni e passa chiamo mamma, era ed è maestra assoluta di proverbi. me li sciorinava implacabile appena qualche mala pensata mia di ragazzo interrompeva il tranquillo vivere di allora. Alcuni sono rimasti, in memoria, e ancora oggi riappaiono, improvvisi, a sottolineare le stesse pensate, che hanno adesso i suoi nipoti.

Ve ne racconto alcuni, dei più centrati, cercando di mantenerli vivi e non sciuparli troppo con commenti che non servono, ma vogliono essere appena di spiegazione, per quanto basta, per quei lettori di fuori porta, che per avventura si trovassero a leggere questo articolo. Continua a leggere

Il giacinto, fiore dell’amore e della gelosia

Text di Paolo Pianigiani

Giacinto_rosso_01

Foto di Alena Fialová

Pubblicato su Reality, febbraio 2010

E’ Ovidio, nelle sue Metamorfosi, che ci racconta la storia di questo bellissimo fiore.
Apollo, principe delle Muse, s’invaghì della bellezza di un giovane della Laconia. Giacinto, questo era il suo nome, era figlio di Amicla, re di Sparta. Il dio e il giovane stavano sempre insieme, sia quando andavano a caccia, sia confrontandosi nelle attività sportive. E di Giacinto si era innamorato perdutamente anche il vento di primavera, Zefiro, che seguiva i due amanti come un’ombra, covando nel profondo del suo cuore la gelosia. Un giorno, nei pressi del fiume Eurota, Giacinto sfidò il dio a lanciare il disco. Apollo ci mise tutta la sua forza divina, lanciando nell’infinito …
Ma Zefiro, usando il suo respiro, deviò il disco, che cadde proprio sulla tempia del giovane, uccidendolo. Apollo, chinatosi disperato, non riuscì con nessuno dei suoi poteri a ridare la vita all’amico. Non gli rimase che trasformare il sangue rosso che gli usciva dalla ferita nel fiore, che porta il suo nome, il giacinto.

In botanica questo fiore è una bulbosa ed è coltivata nei giardini e nelle case; ha fiori di vari colori: giallo, turchino, rosso, violetto, che si disperdono tutti nelle loro mille sfumature e varianti. Il profumo è intenso, penetrante, a volte può essere troppo forte, tanto da risultare dannoso. In antico gli si attribuivano proprietà venefiche.

Originario dalle terre d’oriente, non si sa quando sia giunto in Europa. Inizialmente era un fiore selvatico e solo verso il 1500 si iniziò la sua coltivazione. Si ha notizia che nel 1688, a Firenze, i Medici ne importarono alcuni bulbi dall’Olanda, per i loro meravigliosi giardini.
Esistono oggi circa 2800 varietà di giacinti.

I significati attribuiti al fiore sono diversi e dipendono dal colore:

GIACINTO blu – Costanza e fedeltà nell’amore
GIACINTO giallo – Gelosia
GIACINTO rosso – Amore profondo e disperato
GIACINTO bianco – discrezione nei sentimenti, purezza d’animo

Ma il giacinto è anche simbolo di gioco e divertimento, a ricordare la voglia di vivere del giovane spartano, ucciso dalla gelosia di un vento, folle d’amore non ricambiato.

Titolo dell'opera: La morte di Giacinto  Autore: Giambattista Tiepolo  Datazione: 1752-1753  Collocazione: Madrid, Coll. Thyssen-Bornemisza

Titolo dell’opera: La morte di Giacinto
Autore: Giambattista Tiepolo
Datazione: 1752-1753
Collocazione: Madrid, Coll. Thyssen-Bornemisza

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Walfredo Siemoni: Il Santo Diacono di Francesco di Valdambrino

invito valdambrino

Recentemente, dopo un lungo restauro ed alcune esposizioni internazionali, è tornata a casa la scultura lignea di Francesco di Valdambrino, uno dei capolavori del nostro Museo Parrocchiale.

Walfredo Siemoni ha presentato, nel Convengo di venerdì 26 Settembre, tenutosi presso il Palazzo Pretorio di Empoli, alcune sue scoperte d’archivio che cambiano e non poco quanto si sapeva fino a oggi su questa opera.

Il convegno è stato organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune e dall’Archivio Storico, nell’ambito dei “Venerdì in Archivio”.

Ecco i filmati dei momenti più interessanti della serata:

Parte prima

Parte seconda

Parte terza

Parte quarta – interventi e domande del Pubblico

A seguire i presenti hanno potuto visitare il protagonista assoluto della Conferenza, la scultura del Santo Diacono, fino ad oggi conosciuto come Santo Stefano, e che, dopo la dimostrazione di Walfredo Siemoni, dovrà cambiare nome in San Lorenzo.

Marcantonio Perugino ha realizzato il servizio fotografico della serata.

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