La Nino…

Dalla Trattoria di Lapi situata a Firenze sull’angolo di un vicolo che sbocca nella piazza Antinori, era facile udire nella notte la voce aspra di Vannicola che cantava in coro la canzonetta tedesca “Puppechen” allora di gran voga. Nei locali sotterranei conveniva una clientele internazionale quanto mai disparata per usi e costumi; nottambuli viziosi, vetturini, milionari russi, pittori, poeti, musicisti, donne di malaffare, signore della aristocrazia accompagnate da rassegnati mariti.

Eppoi giovani perdinotte che si contentavano di curiosare per pochi minuti non avendo la possibilità di concedersi il lusso di una magnifica e sugosa bistecca ai ferri e di una bottiglia di spumante. In una piccola platea situata nel centro della sala fra le tavole, alcuni ballerini occasionali si abbandonavano ogni tanto ai contorcimenti esotici di moda, accompagnati al pianoforte, magari dal musicista Giannotto Bastianelli, oppure da qualsiasi estroso cliente un poco eccitato dal vino.

Vannicola era spesso in compagnia della Nino, una russa georgiana assai bella, alta, flessuosa, che quasi sempre all’improvviso ballava d’impeto sulla pedana e slacciatesi le poche vesti ballava completamente nuda fra la muta ammirazione di tutti: antesignana geniale del rammollito ” spogliarello ” odierno. Anche il pianoforte taceva.

Quando la Nino ballava, Vannicola appariva rapito in estasi. Faceva ogni sforzo per raddrizzare la sua magnifica testa precocemente canuta e che l’artrite gli aveva ripiegato sul petto, e con gli occhi chiusi mormorava qualche paradosso estetico all’orecchio dell’amico Arturo Reghini, matematico e occultista di statura gigantesca, ma con la voce bianca tra quella dell’angiolo inesperto e del neonato.

Ricordato l’interessamento del Papini, che « non potendo provvedere da solo né con l’aiuto di altri a ricoverare Vannicola in una Casa di cura, riuscì a farlo assumere come segretario della Colonia Arnaldi ad Uscio, Alberto Viviani racconta anche la ” fuga ” da Uscio e le impressioni di Vannicola su quel soggiorno considerato una specie di colonia… penale: « E se qualcuno gli chiedeva notizie del suo soggiorno ad Uscio, sogghignava senza rispondere ordinando risentito un assenzio…

Cesare Pavese: Il Mito

Il mito

di Cesare Pavese

da: Cultura e realtà

Maggio-giugno 1950 – N. 1

La parola mito è a ragione oggi alquanto screditata. Ma adoperandola per indicare quell’interiore immagine estatica, embrionale, gravida di sviluppi possibili, che è all’origine di qualunque creazione poetica, non crediamo di parlare un linguaggio mistico né estetizzante. Semplicemente, condensiamo in una parola un complesso discorso storico e una convinta poetica che su di esso si appoggia e si giustifica.

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Il Taccuino di Cesare

Ecco il testo integrale dell’inedito pavesiano. Nell’originale, il taccuino è distribuito su 29 foglietti di bloc notes, che misurano 12 centimetri per 15, a carta quadrettata. E’ scritto per lo più a matita.

MITI romantici: Anima (x psicologia schematizzante del 700)

Incosciente (dove si trova l’io vero, sperduto col tutto) Poesia (magia che fa provvisoriamente possedere l’assoluto) (fondata sulla concezione analogica dell’universo: a un incontro d’immag. corrisponde un’affinità nell’universo obiettivo). Ricostruzione del tutto attraverso .a catena d’immagini.

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Piero e Banksy a Sansepolcro

 

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Il Museo Civico di Sansepolcro presenta la mostra AFFRESCHI URBANI. PIERO incontra un artista chiamato BANKSY a cura di Gianluca Marziani e Stefano S. Antonelli, voluta e sostenuta dal Comune di Sansepolcro, promossa e prodotta da MetaMorfosi Associazione Culturale, in collaborazione con Civita.

Originario di Bristol, nato intorno al 1974, identità nascosta fin da subito, inquadrato nei confini generici della street art, Banksy rappresenta il più grande artista globale del nuovo millennio, esemplare caso di enorme popolarità per un autore vivente dai tempi di Andy Warhol. Banksy incarna la miglior evoluzione della Pop Art originaria, il primo ad aver connesso le radici del pop, la cultura hip hop, il graffitismo anni Ottanta e i nuovi approcci del tempo digitale. A parlare, al posto di colui che nessuno ha mai visto e di cui nessuno conosce il volto, sono le sue opere. Immagini e forme di inaudita potenza etica, evocativa e tematica. Continua a leggere

Musica alla Galleria dell’Accademia

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GALLERIA DELL’ACCADEMIA DI FIRENZE

Speciale Festa della Musica:

Liuwe Tamminga alla Spinetta ovale di Bartolomeo Cristofori

Venerdì 21 giugno 2019, ore 20.00

 La Galleria dell’Accademia di Firenze è lieta di offrire, in occasione della 25ma Festa della Musica, un evento musicale straordinario: venerdì 21 giugno, alle ore 20.00, nella magnifica cornice della Tribuna del David, il celebre organista e clavicembalista di origini olandesi Liuwe Tamminga eseguirà arie, sonate e brani di compositori a cavallo fra XVI e XVIII secolo sulla riproduzione della spinetta ovale di Bartolomeo Cristofori.

La partecipazione all’evento è gratuita, fino ad esaurimento dei posti disponibili.

La Spinetta ovale in legno di palissandro e cipresso, avorio, costruita nel 1690, è il più antico strumento documentato fra quelli realizzati per la collezione del Gran Principe Ferdinando de’ Medici da Bartolomeo Cristofori (Padova 1655 – Firenze 1732) cembalista e liutaio fra i maggiori del suo tempo, celebre per l’invenzione del pianoforte. Lo strumento deve la sua eccezionalità e rarità anche al fatto di non aver subito alcuna sostanziale trasformazione nel corso della sua storia, costituendo quindi una straordinaria fonte di informazione sul costruttore. Lo strumento, identificato nel 2000 da Gabriele Rossi Rognoni fra gli oggetti dell’eredità Bardini in Palazzo Mozzi a Firenze, fu trasferito in deposito alla Galleria dell’Accademia dove è esposto presso il Dipartimento degli Strumenti Musicali. Nel 2013 è stato oggetto di un approfondito intervento di pulitura e consolidamento, a esclusivo scopo conservativo, operato da KerstinSchwarz. Nel 2003 è stata realizzata da KerstinSchwarz e Tony Chinneryuna copia esatta dello strumento, usata per speciali interpretazioni musicali, come accadrà per l’evento del 21 giugno.

Liuwe Tamminga è considerato uno dei massimi esperti del repertorio organistico italiano del Cinque e Seicento, con intensa attività concertistica in tutta Europa, negli Stati Uniti, in America Latina, Israele e Giappone e una ampia discografia pubblicata. È titolare degli organi storici della Basilica di S. Petronio a Bologna, dove suona i due magnifici strumenti di Lorenzo da Prato (1471-75) e Baldassarre Malamini (1596). Ha inciso numerosi CD, dedicati, fra gli altri, all’opera completa di Marc’AntonioCavazzoni, alle Fantasie di Frescobaldi e a “Mozart on ItalianOrgans”, a “Fiorenzo Maschera”, agli organi storici delle isole Canarie ed a “Giacomo Puccini”, tutti premiati con prestigiosi riconoscimenti. Nel maggio 2017 ha suonato a Lucca in prima mondiale i brani per organo ritrovati di Giacomo Puccini, che sono anche stati registrati: “Giacomo Puccini, Organ Works World Premiere Recording”. Ha curato alcuni edizioni di musica organistica, tra cui i ricercari della Musica Nova (1540), opere per tastiera di Giovanni de Macque, Marc’Antonio Cavazzoni e Pierluigi di Palestrina, i ricercari di Jacques Buus e Musiche per due organi di maestri italiani intorno 1600. Dal 2010 è curatore del museo degli strumenti musicali “San Colombano-collezione Tagliavini” a Bologna.

 

Galleria dell’Accademia di Firenze

Via Ricasoli, 58-60 – Firenze

Tel. 055.0987100  Fax 055.0987137

ga-afi.comunicazione@beniculturali.it

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IG @galleriaaccademiafirenze FB @galleriadellaaccademia

 

Ufficio Stampa – Firenze Musei

Salvatore La Spina

Palazzo Pitti, Piazza Pitti, 1 – 50125 Firenze

T + 39 055290383 – M +39 3315354957

s.laspina@operalaboratori.com

 

 

 

Guido Carocci e la Galleria della Collegiata di Empoli

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Ricordo di Empoli

edito a cura del Proposto G. Bucchi

(Collezione Famiglia Guerri, Empoli)

LA GALLERIA DELLA COLLEGIATA D’EMPOLI

da: Le Gallerie Nazionali Italiane

Notizie e documenti

Roma

Per cura del Ministero della Pubblica Istruzione. 1898, vol. IV

MUSEO COLLEGIATA 4

La Pieve Collegiata di Sant’Andrea a Empoli è l’edificio più interessante e più artisticamente pregevole dì quell’ampia e popolosa terra che fu un giorno emporio del commercio fiorentino.

Sorta nel 1093, serba di quel tempo lontano la parte inferiore della sua facciata., rivestita di marmi bianchi e neri di uno stile identico a quello della Basilica di San Miniato al Monte, di San Salvatore del Vescovo, della Badia Fiesolana e, si può aggiungere, del Battistero di Firenze, fabbriche tutte che sorsero o vennero ridotte in quello stesso tempo. Continua a leggere

Empoli e il suo Museo: com’era nel 1959…

IL MUSEO DELLA COLLEGIATA
Breve storia del Museo

Immagine 

Da “Guida Turistica di Empoli, 1959”

Cinquemilaquaranta lire elargite nel 1859 dal Ministero degli Affari Ecclesiastici per il restauro delle opere d’arte della Collegiata di Empoli, furono la “posa della prima pietra” della Galleria, che l’anno dopo, grazie all’attività sempre solerte dell’Opera di S. Andrea, trovava la sua sistemazione nella Cappella di San Lorenzo.

Vennero ben presto ad ingrossare le file della raccolta numerose opere d’arte di proprietà ecclesiastica prelevate dal territorio empolese e altre, frutto di generose donazioni di famiglie locali, quali i Bogani, i Cannoni, i Del Vivo, i Gozzini e i Romagnoli. Il locale fu in seguito raddoppiato e cosi furono due le sale del Museo. Continua a leggere

Walfredo Siemoni, La Madonna degli Ebrei.

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Da: Il Segno di Empoli, Aprile 1991

In occasione del numero de “Il Segno di Empoli” dedicato alla riapertura del museo della Collegiata, Giuliano Lastraioli riprendeva – puntualmente – la vicenda del tabernacolo robbiano un tempo sul prospetto principale del vecchio Palazzo Pretorio.(1). Eseguito nell’ambito di Giovanni della Robbia nel 1518 – come attesta l’iscrizione a spese della comunità ebraica cittadina a seguito delle note vicende, restò in loco per oltre tre secoli, é venne trasferite nel secolo scorso nei locali della Galleria di S. Lorenzo. Nel suo interessante resoconto, il Lastraioli, sulla base di incisioni pubblicate dal Müntz nel 1897, era portato a ritenere che il distacco del manufatto fosse avvenuto intorno a tale anno ma tuttavia la schedatura degli oggetti d’arte del territorio compilata da Guido Carocci nel 1894 – dove la robbiana viene accuratamente descritta nella prima sala della ‘Galleria’, inficiava tale ipotesi, suggerendo una ricerca più approfondita delle fonti locali, auspicata del resto dallo stesso storico (2). I verbali della Giunta e del Consiglio comunale conservati nelle loro serie pressoché complete nell’Archivio Storico del Comune più di una volta si sono rivelati strumento indispensabile per indagare i temi dell’ottocento cittadino (3). Scorrendoli a ritroso, iniziando naturalmente dall’anno 1894, mi sono imbattuto in una delibera della Giunta del gennaio 1892; in essa l’assessore Giovanni Lami – figlio del noto Vincenzo, ormai prossimo a passare a nuova vita – propone la vendita del Pretorio poiché “di nessun pregio sotto i rapporti artistici e monumentali e molto più adesso, eseguita ormai la remozione della Madonna di Luca della Robbia già trasportata nella Galleria annessa all’Insigne Chiesa Collegiata d’Empoli” (4). Era quindi lecito, stante la data della delibera, che il fatto fosse avvenuto almeno nel precedente anno 1891 il cui spoglio però non dette alcun esito positivo. Scorrendo un pieghevole di una mostra fotografica – realizzata da Mario Bini vari decenni addietro e ricavata da materiali del tardo ottocento e dei primi di questo secolo ai numeri 44 e 45 notai due diverse vedute della piazza Farinata con ancora il tabernacolo nel suo sito primitivo; verosimilmente la prima di esse parrebbe essere la stessa di quella pubblicata in margine al testo del Lastraioli e da lui indicata come possibile fonte dell’incisione riportata poi dal Müntz in calce, analogamente alle altre riproduzioni, è la data – 1887 – (5). Questa, forse ricavata da un timbro postale sul tergo o da altri riferimenti presenti nell’originale, spostava notevolmente indietro il raggio delle ricerche fornendo un prezioso termine a posteriori. Esaminando i verbali delle delibere si nota la costante preoccupazione – negli anni che ci interessano – nei riguardi della neoclassica fonte del Pampaloni “bellissimo monumento che forma l’ammirazione di quanti si vanno a visitare il nostro Paese” esprimendo più volte preoccupazioni per “i guasti dipendenti dall’opera di monelli e dei male intenzionati” i quali – come ebbe modo di far notare l’assessore Gregorio Chianini – avevano provocato “nel volto di una Ninfa un qualche guasto tuttora visibile” a causa della cattiva illuminazione notturna (6). E in tale ottica che va inquadrato l’intervento dello stesso Chianini nel medesimo 1883 quando propose “per la miglior conservazione di detto oggetto d’arte [il tabernacolo robbiano] o la costruzione di un’edicola o la remozione della immagine che potrebbe venire collocata con alcuni altri oggetti d’arte di proprietà comunale nella “Galleria annessa alla Chiesa Collegiata d’Empoli” che in quello stesso periodo Vincenzo Lami – citato a tal proposito da Emilio Del Vivo nella replica al collega – andava riordinando (7). In una successiva riunione, il 21 aprile per l’esattezza, fu pertanto sancita ed approvata “la remozione di detta Immagine dalla facciata esterna di detto Palazzo [Pretorio]… e da collocarsi detta Immagine fino a nuove disposizioni nello stesso locale ove trovasi riuniti gli oggetti d’arte già esistenti nell’Orto dell’ex monastero di S. Maria a Ripa”, i locali del soppresso monastero di S. Stefano dove erano state raccolte dal Lami in seguito allo stacco operato da Gaetano Bianchi, verosimilmente autore dell’impresa anche nel caso in esame (8). Quanto questa preziosa serie di terracotte invetriate – all’epoca riferite in blocco alla ‘mitica’ scuola di Luca – stesse a cuore dell’amministrazione comunale e del Lami stesso ne dà l’esatto valore il fatto che fu in merito al loro collocamento per cui l’anziano pittore nel settembre 1885 rassegnò le dimissioni dall’incarico di Presidente della commissione a ciò preposta per ritirarle dopo pochi giorni a seguito delle unanimi pressioni esercitate dal sindaco e dall’intera Giunta (9). Fatta luce sul perché e quando avvenne la musealizzazione del tabernacolo restano alcuni interrogativi aperti. Tutta l’iconografia in nostro possesso ad esso relativa – purtroppo limitata al solo tardo ottocento – mostra la Madonna racchiusa entro una massiccia corniciatura lapidea formata da una coppia di pilastri lisci che sorreggono una trabeazione dove poggia una lunetta entro cui era qualcosa – forse un tondo – probabilmente anch’esso in terracotta. La preziosa foto – pubblicata anch’essa nel citato numero speciale del “Segno” – che mostra la prima sala della Galleria di S. Lorenzo, riferibile ai primi del nostro secolo in seguito al riordinamento operato dal Carocci, permette di identificarla presso la parete destra del locale “racchiusa entro un più grandioso tabernacolo di pietra che riproduce l’originale che trovavasi all’esterno dell’antico Palazzo Pretorio di Empoli” come lo stesso storico annota nella preziosa schedatura da lui effettuata nel 1894 (10). Resta perciò ignota la sorte del tondo inserito nella lunetta come pure del tabernacolo lapideo – a giudicare dalla tipologia più tarda della terracotta – sia dell’originale come della copia descritta nel museo, quest’ultima forse scomparsa in seguito all’allestimento postbellico del Baldini. Ignoti pure i motivi che spinsero il Lami a collocare il tabernacolo robbiano entro una ricostruzione e non nella corniciatura autentica. Un altro punto oscuro è la presenza del Bambino acefalo: se il Carocci non può che accodarsi – se non fu invece l’opposto – all’insoddisfacente e poco plausibile motivazione riportata poi da Bucchi ne ‘Le cento città d’Italia’, cioè che la decapitazione fosse avvenuta per carpire il segreto dell’invetriatura, restano da considerare altri fattori. Se il Chianini nel 1883 si lamenta di monelli e maleintenzionati che nottetempo tirano sassate alle ‘Ninfe’ del Pampaloni, nulla vieta di supporre che un’analoga sorte sia toccata al nostro tabernacolo. Tuttavia sarebbe alquanto anomalo che nei verbali – per altro sempre estremamente precisi – ciò non venisse menzionato, per di più trattandosi di un “lavoro di non poco pregio” a meno che il fatto non fosse avvenuto a tale distanza dalla sua musealizzazione che ormai se ne era persa memoria. La riproduzione del Carniglia che con altre correda l’articolo del canonico appare evidentemente priva di valore documentario – come d’altra parte anche il Lastraioli ha fatto notare – a causa della posa dell’Infante per cui la presenza della testa del Bambino appare verosimilmente imputabile ad un intervento di ricostruzione operato dal disegnatore secondo un atteggiamento ‘romantico’ caro alla mentalità ottocentesca. In tal modo torna a prendere corpo l’ipotesi – avanzata dallo storico fin dall’inizio – che il Gesù potesse essere ‘decapitato’ al tempo dei fermenti filofrancesi dello scorcio del XVIII secolo (11).

NOTE

1) G. Lastraioli, Judaica & dintorni, in ‘Il Segno d’Empoli’ n. 11 Ottobre 1990. pp. 6-7.

2) Archivio dell’Ufficio Catalogo della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, alla voce “Empoli”; una copia è in Archivio Storico Empolese (A.S.E.), Oggetti e monumenti d’arte.

3) I verbali, muniti di indici cronologici per la Giunta, alfabetici per il Consiglio, si sono rivelati di fondamentale interesse per le ricerche da me effettuate nel tardo Ottocento empolese, quali quella sull’insediamento scolopico e lo sviluppo della pinacoteca.

4) A.S.E., Giunta 1892, 5 gennaio.

5) In: Empoli ieri. Rassegna di immagini a cavallo di sue secoli (1875-1925) n. 44 e 45.

6) A.S.E., Giunta 1883, 9 aprile.

7) Ivi.

8) A tale proposito cfr. quanto affermavo in: Vincenzo Lami: Note per la riscoperta di un personaggio dimenticato attraverso un episodio museale inedito, in ‘Miscellanea Storica della Valdelsa, 1990 pp. 157’.

9) Ivi, p. 160 n. 36.

10) A.S.E., Oggetti e Monumenti d’arte.

11) Cfr. G. Lastraioli, cit. ed inoltre: Israele a Empoli nei due secoli della Rinascenza, in “Bullettino Storico Empolese”, I, n. 6 p. 453.

Un convegno per Caravaggio a Empoli

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“Da Caravaggio, il San Giovanni nel Deserto Costa e delle sue copie”

Note a margine sulla giornata di studio

Foto di Marcantonio Perugino

di Paolo Pianigiani

Gli antefatti

Eravamo in pochi a conoscere quella antica copia, attaccata fuori squadra e dimora provvisoria chissà da quando, sull’altare della cappella che Tommaso degli Zeffi, sul cominciare del ‘600, si fece costruire in Santagostino. Quell’aggettivo dispregiativo, “copia”, che si tirava dietro, la condannava a perpetuo disinteresse e a un destino senza speranza. Eppure quella tela l’aveva portata ad Empoli, sua patria, monsignor Marchetti Giovanni, insieme alla biblioteca. Immensa e pesantissima, costituita in parte dalle tirature non ancora rilegate, andate per il presente invendute, dei suoi libri a sottofondo religioso.

I libri, con la giunta di alcuni quadri, anche loro a carattere religioso, arrivarono probabilmente per navicello, provenienti da Roma. Da quelli gli empolesi ci tirarono su la loro biblioteca pubblica, che si doveva chiamare di San Giovanni, in perpetuo ricordo del suo fondatore Giovanni Marchetti e contenere di conseguenza nella sala grande (l’attuale sala delle conferenze del Comune, la ex mensa degli Agostiniani) in bella vista proprio il San Giovanni nel Deserto di Michelangelo da Caravaggio. Non sappiamo dove i prelato empolese si procurasse il dipinto. Sappiamo che in quegli anni, esattamente nel 1802, un emissario del Re di Napoli Ferdinando di Borbone acquista una versione simile dello stesso soggetto, che Roberto Longhi giudicherà originale. Ma una cosa è certa, come ci ha spiegato Walfredo Siemoni, organizzatore del Convegno, nel suo intervento: il nostro Monsignore era convintissimo di essersi portato a casa un’opera autentica. E ci ha detto il perché: di altro quadro, più piccolo e devozionale, una Madonna Annunziata, il Marchetti ha lasciato scritto nel suo testamento che si trattava di un Guido Reni, ma forse, come gli avevano detto “altri intendenti” era di  Elisabetta Sirani. Quindi se avesse avuto qualche dubbio, lo avrebbe detto.

E invece scrisse nel suo testamento, subito prima di morire: “il mio quadro di Michel Angelo da Caravaggio rappresentante san Giovanni Battista che predica nel deserto, (che) dovrà collocarsi di prospetto nella prima stanza sopra gli scaffali dei libri, per segno e supplica della Sua special protezione del luogo che ne prenderà anche il nome e si chiamerà la Libreria di san Giovanni Battista, unendo così la memoria eziandio dell’offerta e dell’omonimo fondatore”.

E gli empolesi, per nulla ossequiosi delle ultime volontà da lui espresse, gli pèrsero quasi il suo Michel Angelo da Caravaggio, e gli intitolarono la Biblioteca a Renato Fucini, che tutto era meno che un santo in meditazione nel deserto. Anzi! Era un mangiapreti della peggiore risma!

E in occasione di un’altra giornata di studio, dedicata a Monsignore, tenuta sempre a Santagostino il 17 Novembre 2012, venne in mente ai dirigenti della Misericordia di Empoli, in primis a Giovanni Pagliai, l’allora Governatore in carica, di far restaurare il dipinto ritenuto “copia” del più celebre originale acquistato dal museo di Kansas City nel lontano 1952. E il Rotary di Empoli dette il proprio contributo al restauro, affidato a Sandra Pucci, che se lo portò in studio per le operazioni necessarie, sotto la direzione di Cristina Gnoni Maravelli della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio di Firenze Pistoia e Prato.

I fatti

Scorsi i mesi di lavoro le sorprese non sono mancate. Come terzo o quarto lavoro chi scrive aiuta quel poco l’attività della propria moglie, manovrando ormai con una qualche praticità luci e cavalletti. Alena Fialová ha seguito le varie fasi del restauro, documentando i momenti essenziali della prima pulitura, e la consapevolezza della restauratrice di quello che i due restauri precedenti (uno ha compreso la sostituzione della tela di supporto, o rintelaiatura), hanno lasciato vivo, con i dubbi e le scelte da fare non sempre facili. Le discussioni e i confronti con la responsabile del restauro, la propria esperienza e la propria sensibilità, che non è mai solo mestiere. Giunti ormai alla fine del lavoro, si è ritenuto di dover eseguire una serie di verifiche diagnostiche presso la ditta Art-Test di Firenze, che son servite a conoscere aspetti del dipinto non visibili a occhio nudo. Intanto, già da mesi, Walfredo Siemoni si era attivato per organizzare un Convegno, per fare il punto a oggi sulle ricerche intorno a questa particolare opera di Caravaggio e alle due altre copie conosciute. Il primo contatto che è andato a cercare è stato il museo Nelson-Atkins di Kansas City, che ha subito risposto con entusiasmo. Era per loro l’occasione di aggiungere un altro tassello alla storia del bellissimo dipinto di Caravaggio, il più bello, a detta di molti, fra quelli custoditi negli Stati Uniti.

Hanno dato la loro adesione al convegno altri studiose notissime di Caravaggio, come Mina Gregori, Cristina Terzaghi e Roberta Lapucci. Ha inviato il suo contributo anche Angela Cerasuolo della Soprintendenza di Napoli, che ha restaurato la copia del San Giovanni nel deserto acquistata da Ferdinando di Borbone e custodita al Museo di Capodimonte.

Il Convegno

Dopo il saluto del Governatore della Misericordia Pierluigi Ciari, che ha ringraziato la Cassa di Risparmio di San Miniato per aver dato un contributo per la realizzazione della giornata di studio e il Rotary empolese per il contributo al restauro, l’assessore Eleonora Caponi ha portato il saluto del Comune e in particolare del Sindaco di Empoli Brenda Barnini.

Il Convegno è quindi entrato nel vivo, introdotto dal moderatore, Bruno Santi e aperto da Mina Gregori. Il contributo di Nicole R. Meyers, che è stato letto dal moderatore, ha ripercorso la lunga strada di quel dipinto originale, il San Giovanni “Costa”, che da Roma finì in Inghilterra, per poi arrivare, per una fortunosa serie di circostanze, presso di loro, per la non indifferente sommetta di un milione di dollari (si era nel 1952). Cristina Terzaghi ha parlato della copia che è custodita presso il museo di Albenga. Il banchiere ligure Ottavio Costa, intorno al 1602, commissionò all’emergente Michelangelo Merisi il San Giovanni Battista, per un piccolo oratorio di patronato della sua famiglia, a Conscente nei pressi di Albenga in provincia di Savona. Di questa commessa si è ritrovata da poco la ricevuta firmata dal Caravaggio, per 20 “schudi di moneta”. Le cose invece andarono diversamente. Appena si trovò davanti il capolavoro di Caravaggio, Ottavio pensò bene di tenerselo nella sua casa romana e inviare a destinazione sacra del piccolo oratorio una copia di simili dimensioni, che fece fare da un suo copista di fiducia.

La studiosa dell’Università di Roma3 ha messo a conoscenza il pubblico e i colleghi che le copie ad oggi conosciute sono ben quattro; infatti l’ultima è “passata” dalla casa d’aste Sotheby’s nel 2010.

L’altra copia conosciuta, che fu considerata autentica da Roberto Longhi, è stata illustrata dalla relazione di Angela Cerasuolo. In effetti è praticamente identica nella forma e nei particolari dipinti. Ma con i mezzi che oggi ci offre la diagnostica scientifica si è potuto vedere che non presenta nessuna delle caratteristiche tipiche del modo di dipingere di Caravaggio. La critica si divide oggi per una attribuzione a Bartolomeo Manfredi oppure al romano Angelo Caroselli. Walfredo Siemoni ha approfondito la storia del “nostro” dipinto caravaggesco, inserendolo nel contesto della chiesa di Santagostino, dove non era destinato ad andare. Doveva infatti trovare posto fra i libri della sua biblioteca resa pubblica in seguito alla donazione. Cristina Gnoni ha poi parlato dei restauri che insieme alla Misericordia di Empoli sono stati eseguiti in Santo Stefano degli Agostiniani (così fuori da Empoli si chiama questa chiesa), per arrivare a quello che si è presentato durante il Convegno. Ha preso la parola quindi Sandra Pucci, che ha riproposto il suo restauro, che ha cercato di ritrovare l’antica e originaria bellezza in un dipinto che ha subito almeno due interventi molto decisi, che lo hanno privato di molte parti della superficie originaria, che per fortuna è rimasta integra in pochissimi brani pittorici di livello molto alto.

Anna Pelagotti di Art-Test, la ditta di specialisti delle diagnosi su opere d’arte, ci ha portato sotto la superficie dipinta, nei dettagli invisibili ad occhio umano. E ci ha fatto apprezzare la qualità della preparazione, che fu velocissima e senza disegno, con alcune varianti e pentimenti che portano in ogni caso a un pittore di alta capacità professionale. Al momento senza un nome, ma che potrebbe portare a sorprese ad oggi inimmaginabili. Nella ripresa del pomeriggio Roberta Lapucci dell’Università Americana SACI di Firenze, e notissima studiosa di Caravaggio, ha parlato della figura di San Giovanni Battista nell’ambito della produzione del Maestro. Ha concluso il lungo ordine dei relatori Marco Masseti, dell’Università di Firenze, che ha fatto un intervento non propriamente “artistico” quanto naturalistico. Inserendo nel mondo dell’arte e in particolare nel nostro dipinto notazioni legate al mondo animale. Per esempio ha fatto notare che la pelle di cammello di cui era cinto il San Giovanni era probabilmente di dromedario. A finire il convegno e a tirare le conclusioni della giornata di studio ci ha pensato Bruno Santi. Con lo spirito tutto toscano che lo caratterizza ha sottolineato che i beni artistici sono un alto valore aggiunto alla città, parlano linguaggi meravigliosi e meritano di essere ascoltati e mantenuti al godimento dei cittadini. Cosa che la Misericordia di Empoli sta facendo ormai da tempo.

Finisco questo lungo articolo, che ha riassunto ore ed ore di Convegno, con una mia riflessione. La cultura qui da noi si divide in due mondi, spesso non comunicanti fra loro. Uno fatto di parole e uno fatto di restauri. Per chi verrà dopo di noi le parole contano poco. Conteranno i restauri che terranno vive e fruibili le opera d’arte che i nostri antenati ci hanno lasciato. I discorsi se li porta via il vento, che da qualche tempo in qua da noi soffia duro e porta danni.

Paolo Pianigiani