Walfredo Siemoni, La Madonna degli Ebrei.

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Da: Il Segno di Empoli, Aprile 1991

In occasione del numero de “Il Segno di Empoli” dedicato alla riapertura del museo della Collegiata, Giuliano Lastraioli riprendeva – puntualmente – la vicenda del tabernacolo robbiano un tempo sul prospetto principale del vecchio Palazzo Pretorio.(1). Eseguito nell’ambito di Giovanni della Robbia nel 1518 – come attesta l’iscrizione a spese della comunità ebraica cittadina a seguito delle note vicende, restò in loco per oltre tre secoli, é venne trasferite nel secolo scorso nei locali della Galleria di S. Lorenzo. Nel suo interessante resoconto, il Lastraioli, sulla base di incisioni pubblicate dal Müntz nel 1897, era portato a ritenere che il distacco del manufatto fosse avvenuto intorno a tale anno ma tuttavia la schedatura degli oggetti d’arte del territorio compilata da Guido Carocci nel 1894 – dove la robbiana viene accuratamente descritta nella prima sala della ‘Galleria’, inficiava tale ipotesi, suggerendo una ricerca più approfondita delle fonti locali, auspicata del resto dallo stesso storico (2). I verbali della Giunta e del Consiglio comunale conservati nelle loro serie pressoché complete nell’Archivio Storico del Comune più di una volta si sono rivelati strumento indispensabile per indagare i temi dell’ottocento cittadino (3). Scorrendoli a ritroso, iniziando naturalmente dall’anno 1894, mi sono imbattuto in una delibera della Giunta del gennaio 1892; in essa l’assessore Giovanni Lami – figlio del noto Vincenzo, ormai prossimo a passare a nuova vita – propone la vendita del Pretorio poiché “di nessun pregio sotto i rapporti artistici e monumentali e molto più adesso, eseguita ormai la remozione della Madonna di Luca della Robbia già trasportata nella Galleria annessa all’Insigne Chiesa Collegiata d’Empoli” (4). Era quindi lecito, stante la data della delibera, che il fatto fosse avvenuto almeno nel precedente anno 1891 il cui spoglio però non dette alcun esito positivo. Scorrendo un pieghevole di una mostra fotografica – realizzata da Mario Bini vari decenni addietro e ricavata da materiali del tardo ottocento e dei primi di questo secolo ai numeri 44 e 45 notai due diverse vedute della piazza Farinata con ancora il tabernacolo nel suo sito primitivo; verosimilmente la prima di esse parrebbe essere la stessa di quella pubblicata in margine al testo del Lastraioli e da lui indicata come possibile fonte dell’incisione riportata poi dal Müntz in calce, analogamente alle altre riproduzioni, è la data – 1887 – (5). Questa, forse ricavata da un timbro postale sul tergo o da altri riferimenti presenti nell’originale, spostava notevolmente indietro il raggio delle ricerche fornendo un prezioso termine a posteriori. Esaminando i verbali delle delibere si nota la costante preoccupazione – negli anni che ci interessano – nei riguardi della neoclassica fonte del Pampaloni “bellissimo monumento che forma l’ammirazione di quanti si vanno a visitare il nostro Paese” esprimendo più volte preoccupazioni per “i guasti dipendenti dall’opera di monelli e dei male intenzionati” i quali – come ebbe modo di far notare l’assessore Gregorio Chianini – avevano provocato “nel volto di una Ninfa un qualche guasto tuttora visibile” a causa della cattiva illuminazione notturna (6). E in tale ottica che va inquadrato l’intervento dello stesso Chianini nel medesimo 1883 quando propose “per la miglior conservazione di detto oggetto d’arte [il tabernacolo robbiano] o la costruzione di un’edicola o la remozione della immagine che potrebbe venire collocata con alcuni altri oggetti d’arte di proprietà comunale nella “Galleria annessa alla Chiesa Collegiata d’Empoli” che in quello stesso periodo Vincenzo Lami – citato a tal proposito da Emilio Del Vivo nella replica al collega – andava riordinando (7). In una successiva riunione, il 21 aprile per l’esattezza, fu pertanto sancita ed approvata “la remozione di detta Immagine dalla facciata esterna di detto Palazzo [Pretorio]… e da collocarsi detta Immagine fino a nuove disposizioni nello stesso locale ove trovasi riuniti gli oggetti d’arte già esistenti nell’Orto dell’ex monastero di S. Maria a Ripa”, i locali del soppresso monastero di S. Stefano dove erano state raccolte dal Lami in seguito allo stacco operato da Gaetano Bianchi, verosimilmente autore dell’impresa anche nel caso in esame (8). Quanto questa preziosa serie di terracotte invetriate – all’epoca riferite in blocco alla ‘mitica’ scuola di Luca – stesse a cuore dell’amministrazione comunale e del Lami stesso ne dà l’esatto valore il fatto che fu in merito al loro collocamento per cui l’anziano pittore nel settembre 1885 rassegnò le dimissioni dall’incarico di Presidente della commissione a ciò preposta per ritirarle dopo pochi giorni a seguito delle unanimi pressioni esercitate dal sindaco e dall’intera Giunta (9). Fatta luce sul perché e quando avvenne la musealizzazione del tabernacolo restano alcuni interrogativi aperti. Tutta l’iconografia in nostro possesso ad esso relativa – purtroppo limitata al solo tardo ottocento – mostra la Madonna racchiusa entro una massiccia corniciatura lapidea formata da una coppia di pilastri lisci che sorreggono una trabeazione dove poggia una lunetta entro cui era qualcosa – forse un tondo – probabilmente anch’esso in terracotta. La preziosa foto – pubblicata anch’essa nel citato numero speciale del “Segno” – che mostra la prima sala della Galleria di S. Lorenzo, riferibile ai primi del nostro secolo in seguito al riordinamento operato dal Carocci, permette di identificarla presso la parete destra del locale “racchiusa entro un più grandioso tabernacolo di pietra che riproduce l’originale che trovavasi all’esterno dell’antico Palazzo Pretorio di Empoli” come lo stesso storico annota nella preziosa schedatura da lui effettuata nel 1894 (10). Resta perciò ignota la sorte del tondo inserito nella lunetta come pure del tabernacolo lapideo – a giudicare dalla tipologia più tarda della terracotta – sia dell’originale come della copia descritta nel museo, quest’ultima forse scomparsa in seguito all’allestimento postbellico del Baldini. Ignoti pure i motivi che spinsero il Lami a collocare il tabernacolo robbiano entro una ricostruzione e non nella corniciatura autentica. Un altro punto oscuro è la presenza del Bambino acefalo: se il Carocci non può che accodarsi – se non fu invece l’opposto – all’insoddisfacente e poco plausibile motivazione riportata poi da Bucchi ne ‘Le cento città d’Italia’, cioè che la decapitazione fosse avvenuta per carpire il segreto dell’invetriatura, restano da considerare altri fattori. Se il Chianini nel 1883 si lamenta di monelli e maleintenzionati che nottetempo tirano sassate alle ‘Ninfe’ del Pampaloni, nulla vieta di supporre che un’analoga sorte sia toccata al nostro tabernacolo. Tuttavia sarebbe alquanto anomalo che nei verbali – per altro sempre estremamente precisi – ciò non venisse menzionato, per di più trattandosi di un “lavoro di non poco pregio” a meno che il fatto non fosse avvenuto a tale distanza dalla sua musealizzazione che ormai se ne era persa memoria. La riproduzione del Carniglia che con altre correda l’articolo del canonico appare evidentemente priva di valore documentario – come d’altra parte anche il Lastraioli ha fatto notare – a causa della posa dell’Infante per cui la presenza della testa del Bambino appare verosimilmente imputabile ad un intervento di ricostruzione operato dal disegnatore secondo un atteggiamento ‘romantico’ caro alla mentalità ottocentesca. In tal modo torna a prendere corpo l’ipotesi – avanzata dallo storico fin dall’inizio – che il Gesù potesse essere ‘decapitato’ al tempo dei fermenti filofrancesi dello scorcio del XVIII secolo (11).

NOTE

1) G. Lastraioli, Judaica & dintorni, in ‘Il Segno d’Empoli’ n. 11 Ottobre 1990. pp. 6-7.

2) Archivio dell’Ufficio Catalogo della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, alla voce “Empoli”; una copia è in Archivio Storico Empolese (A.S.E.), Oggetti e monumenti d’arte.

3) I verbali, muniti di indici cronologici per la Giunta, alfabetici per il Consiglio, si sono rivelati di fondamentale interesse per le ricerche da me effettuate nel tardo Ottocento empolese, quali quella sull’insediamento scolopico e lo sviluppo della pinacoteca.

4) A.S.E., Giunta 1892, 5 gennaio.

5) In: Empoli ieri. Rassegna di immagini a cavallo di sue secoli (1875-1925) n. 44 e 45.

6) A.S.E., Giunta 1883, 9 aprile.

7) Ivi.

8) A tale proposito cfr. quanto affermavo in: Vincenzo Lami: Note per la riscoperta di un personaggio dimenticato attraverso un episodio museale inedito, in ‘Miscellanea Storica della Valdelsa, 1990 pp. 157’.

9) Ivi, p. 160 n. 36.

10) A.S.E., Oggetti e Monumenti d’arte.

11) Cfr. G. Lastraioli, cit. ed inoltre: Israele a Empoli nei due secoli della Rinascenza, in “Bullettino Storico Empolese”, I, n. 6 p. 453.

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