La vetrata del Duomo di Firenze

La vetrata del rosone del Duomo di Firenze dopo il restauro, courtesy Opera del Duomo, foto Alessandro Becattini

E’ terminato il restauro della monumentale vetrata dell’occhio di facciata del Duomo di Firenze

 

In via eccezionale sarà possibile vederla esposta in Battistero, dal 4 giugno all’8 settembre 2015 prima della ricollocazione sulla facciata del Duomo

 

E’ terminato il restauro della monumentale vetrata dell’occhio di facciata del Duomo di Firenze, raffigurante l’Assunzione della Vergine su disegno di Lorenzo Ghiberti.

Il restauro, commissionato dall’Opera di Santa Maria del Fiore e realizzato dallo storico laboratorio fiorentino Studio Guido Polloni & C. con il contributo di Intesa Sanpaolo nell’ambito del progetto Restituzioni, ha recuperato le splendide cromie originali oscurate dal tempo e dai fenomeni di degrado. La luce divina di Maria, che irradia e permea tutta la scena, è tornata a brillare.

Dal 4 giugno all’8 settembre 2015, festa dell’Opera, in via eccezionale la vetrata sarà esposta nel Battistero di Firenze, dove per la prima volta, sarà possibile vederla da vicino prima di essere rimontata sulla facciata del Duomo.

Giovedì 4 giugno, alle ore 11.30, sempre in Battistero avrà luogo la presentazione al pubblico dei lavori di restauro alla presenza del cardinale Giuseppe Betori, del presidente dell’Opera di Santa Maria del Fiore, Franco Lucchesi, e del vicepresidente vicario del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Mario Bertolissi.

Collocata nel giugno del 1405 sopra la porta dell’incompiuta facciata di Arnolfo di Cambio, la vetrata del rosone fa parte dello straordinario ciclo di 44 vetrate istoriate, 45 in origine, della Cattedrale di Firenze, che furono realizzate in mezzo secolo, tra il 1394 e il 1444, da maestri vetrai su disegni preparatori di Donatello, Lorenzo Ghiberti, Paolo Uccello, Andrea del Castagno e Agnolo Gaddi.

Divisa in 28 pannelli per 6 metri e 16 cm di diametro, corrispondenti alla misura dell’epoca di circa “10 braccia fiorentine”, la vetrata del rosone, realizzata dal maestro vetraio Niccolò di Piero Tedesco, su cartone di Lorenzo

Ghiberti, raffigura l’Assunzione della Vergine come lo stesso artista descrive nei Commentari: Disegnai nella faccia di sancta Maria del Fiore nell’occhio di mezo l’assumptione di Nostra Donna”.

In realtà la scena illustra i due episodi dell’Incoronazione e dell’Assunzione che insieme con quelli della vita della Vergine, previsti per le finestre della navata destra e mai realizzati, dovevano esaltare il culto di Maria a cui la Cattedrale di Firenze è dedicata. L’intento del ciclo di vetrate era di tracciare un percorso di fede che partendo dall’immagine dell’Assunzione della Vergine nel rosone, percorreva la navata centrale e si concludeva con gli episodi salienti della vita di Cristo illustrati nelle finestre del tamburo della Cupola del Brunelleschi. Il racconto era circolare e poteva essere letto a ritroso.

Il restauro si è reso necessario perché la vetrata del rosone e le altre del Duomo sono soggette al cosiddetto fenomeno di “polverizzazione del vetro”, dovuto a cause di origine chimica e biologica, prima fra tutte l’umidità della condensa. Sulle vetrate si vengono a creare delle croste di disfacimento del vetro, che continua così ad assottigliarsi fino a scomparire, oltre a creare un forte effetto oscurante.

Una volta smontata e trasportata nel laboratorio per il restauro, nel marzo 2014, la vetrata del rosone è stata sottoposta a pulitura attraverso ripetuti lavaggi, in grado di rimuovere lo strato polveroso superficiale, a cui è seguito un intervento meccanico eseguito con bisturi per togliere gli strati più profondi e tenaci delle croste di decomposizione. Successivamente è stato eseguito il reintegro pittorico a freddo sulle parti mancanti, che ha permesso un recupero della leggibilità del disegno e della plasticità delle figure.

Ad oggi, compresa la vetrata del rosone, sono state restaurate 32 delle 44 vetrate ancora esistenti.

Il ciclo di vetrate del Duomo di Firenze è tra i più importanti al mondo per la loro unità cronologica, per la grande percentuale di vetri originali e per gli artisti che eseguirono i disegni preparatori tra cui Lorenzo Ghiberti, il cui nome è legato a 36 delle 44 vetrate.

Nella vetrata del rosone, la solenne figura frontale di Maria “ancora legata al linguaggio giottesco e a quello di Andrea Pisano, ma anticipatrice di esiti umanistici nel panneggio delle vesti che donano movimento e profondità alla figura”, come scrive la studiosa Silvia Ciappi,  è inserita in  una nicchia ogivale di raggi luminosi color oro, sorretta da una danza di Angeli.  L’intensa luce dorata che emana la Vergine irradia e permea tutta la scena. La Madonna ha le mani giunte in atto di preghiera e indossa un sontuoso mantello di colore bianco, decorato con stelle simili a fiori. Angeli e Serafini le volteggiano attorno, sollevandola, con le vesti lucenti e mosse che pare di udire le loro voci e i canti. In alto Gesù tiene in mano una corona che sta per posare sulla testa della Vergine.  Una cornice a forma di ghirlanda con 14 figure (12 Apostoli e 2 profeti) alternati a elementi floreali, racchiude la scena.

Restituzioni      
Programma di restauro di opere d’arte promosso e gestito in collaborazione con gli organismi pubblici di tutela competenti, le Soprintendenze per i Beni Archeologici, Storico-Artistici, per i Beni Architettonici e Paesaggistici che dal 1989 Restituzioni ha permesso il recupero di oltre mille manufatti artistici conservati nel nostro Paese. Per la XVII edizione e in attesa della mostra curata da Carlo Bertelli e Giorgio Bonsanti in programma nella primavera 2016 alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala, sede museale di Intesa Sanpaolo a Milano, numerosi gli appuntamenti organizzati in questi mesi lungo la penisola, un vero Grand Tour, che permette sin da ora di conoscere le finalità del progetto e alcune delle opere selezionate per questa edizione, di avvicinarsi e comprendere le problematiche dei loro restauri e vederne da vicino i progressi.

Insieme al restauro della vetrata presentata oggi la pubblico, Intesa Sanpaolo ha sostenuto anche quello della vetrata dei profeti Joram e Ihesus ed Eliezer e Her nella tribuna nord.

INFORMAZIONI PER IL PUBBLICO

BATTISTERO DI FIRENZE, ORARI DI APERTURA

lunedì, martedì, mercoledì e venerdì ore 8.15/10.15 – 11.15/18.30

giovedì e sabato ore 8.15/18.30 – domenica ore 8.15/13.30

Per gli orari si consiglia di consultare il sito dell’Opera di Santa Maria del Fiore

alla pagina: http://www.ilgrandemuseodelduomo.it/monumenti/3-battistero

BIGLIETTO: Si accede in Battistero acquistando il biglietto unico di 10 euro che da diritto a visitare

anche il Campanile di Giotto, la Cupola del Brunelleschi e la Cripta di Santa Reparata

INFORMAZIONI PER LA STAMPA

Ufficio Stampa Opera di Santa Maria del Fiore
Ambra Nepi Comunicazione, Firenze
+39 3486543177

info@ambranepicomunicazione.it
www.ambranepicomunicazione.it


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Marta Questa: Dora d’Istria

Storia di una principessa rumena a Firenze

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Dora d’Istria

Tra il 1860 e il 1888 ci fu chi in Firenze ebbe la fortuna di conoscere una donna considerata “una delle menti più lucide e più intelligenti d’Europa” e che l’antropologo Paolo Mantegazza così descriveva:
“Un corpo tutto venustà, un cuor tutto grazia e nobiltà, una mente d’artista e di pensatore son tre cose rare a trovarsi, anche da sole, ma messe insieme formano un miracolo della fortuna; e questo miracolo ha saputo compiere la natura spargendo tutte quelle grandi e diverse virtù sopra un solo nome, quello di Elena Ghika, che diede poi a se stessa nel mondo della letteratura il secondo e più noto battesimo di Dora D’Istria”.
Elena Ghika era nata a Bucarest il 22 gennaio 1828. Era figlia del principe Mihal Ghika di origine albanese, governatore del principato di Valacchia, eminente archeologo e fondatore del primo museo nazionale di Romania, fratello di Grigore IV e di Alexandru II (successo a Giorgio IV sullo stesso trono nel 1834) e di Katinka Faka, traduttrice di opere della letteratura francese.

La sua educazione e formazione culturale furono affidate a un notevole maestro dell’epoca che sempre la giudicò geniale, Gregorio Giorgio Papadopulos di Tessalonica che più tardi diverrà un personaggio di primo piano del mondo culturale greco: fondò ad Atene una grande scuola per l’istruzione dei giovani: “La scuola ellenica” e divenne più tardi direttore della Scuola  Normale ed infine alto funzionario del Ministero degli Affari esteri.
Gli avvenimenti politici che allora sconvolsero la penisola balcanica la condussero a vivere lontano da Bucarest, in varie parti d’Europa: trascorse la sua giovinezza tra Vienna, Venezia, Dresda e Berlino finché nel 1849 sposò il principe Koltzoff – Massalsky, appartenente a una delle più antiche famiglie nobili russe. Rimasta vedova e senza figli, lasciò la Russia per insofferenza al clima politico illiberale e da questo momento iniziò per lei un periodo di peregrinazioni, di viaggi, di studi indirizzandosi verso un ventaglio molto ampio di interessi: dalla storia alla filosofia, da riflessioni su questioni religiose, politiche, economiche, letterarie all’approfondimento delle tradizioni popolari. Dalla personalità molto eclettica si dedicò anche alla musica e alla pittura che praticò con versatilità, tanto che nel 1854 alcune sue tele furono premiate all’Esposizione di belle arti di Pietroburgo.
Dopo aver lasciato la Russia visse in Svizzera, in Francia, in Grecia e in Italia tra Venezia e Firenze e qui si stabilì in un villino, allora fuori città, in via Leonardo da Vinci, dal quale si allontanava per le sue continue escursioni verso la Liguria o per percorrere più lunghi itinerari. Viaggiò dai territori dell’estremo nord europeo al sud della Grecia, visitò anche, cosa molto singolare per l’epoca, gli Stati Uniti e partecipò all’ascensione della vetta del Monch nelle alpi Bernesi della Svizzera meridionale.
Scelse come nome d’arte “Dora d’Istria” perché sintetizzava tutto ciò che costituisce il fondamento del suo lavoro: il forte legame con la propria terra e le proprie radici e nello stesso tempo una concezione del mondo e della cultura aperta, cosmopolita e tollerante.
In un’epoca che rinnovava il fascino degli antichi miti fluviali, il suo nome d’arte non fu scelto a caso: Dora d’Istria era in effetti Dora dell’Istro e l’Istro è il Danubio, il lungo fiume che attraversa la Romania dopo aver percorso altre terre europee, dai monti tedeschi al Mar Nero e che univa popoli diversi per storia, politica, religione e lingua. Si trattava di una metafora geografica che trasmetteva un messaggio di pace in una regione, quella balcanica, da sempre divisa e contesa. Lo stesso nome Dora deriva da “corso d’acqua”, come “Europa” è nella tradizione mitologica, trasmessaci da Esiodo, il nome di una sorgente e di una divinità attratta dal mare.

L’idea di libertà e una grande fiducia nel progresso hanno sempre ispirato Dora d’Istria, che per tutta la vita ha sostenuto il valore della democrazia, scrivendo in difesa degli oppressi  contro  la dominazione austriaca e in favore delle libertà dei popoli balcanici, della Grecia e dell’Italia.
Fu sempre avversa all’oscurantismo dovunque lo si trovasse, sia nel “dispotismo orientale” come nella “tirannia gesuitica”. Senza rimanere prigioniera di una ideologia, mostrò la convinzione che si doveva lottare contro il totalitarismo e che ogni popolo doveva scegliere la forma di governo più adatta alla propria realtà.
Un modello da seguire poteva essere per lei la Svizzera, l’unico paese d’Europa dove il sistema repubblicano avesse trionfato, e che, pur avendo popolazioni differenti, con due religioni che si contrastavano, era democraticamente organizzata in cantoni con forme diverse di costituzione, dallo stato patriarcale dei Grigioni alla democrazia modellata alla francese di Ginevra.
Stimata da Mazzini e Garibaldi per aver sempre sostenuto il valore della democrazia  in difesa degli oppressi, della  libertà dei popoli balcanici, della Grecia e dell’Italia, contribuì a porre le basi per la costruzione di una Europa dei popoli che superasse l’Europa delle nazioni.
Non è un caso che uno dei primi attivisti del movimento culturale degli albanesi d’Italia, Dhimiter  Kamarda, nel 1870 pubblicasse  a Livorno una raccolta di poesie “A Dora  D’Istria. Gli albanesi”. Lo stesso  Angelo de Gubernatis, studioso orientalista, letterato, professore di sanscrito e mitologia comparata all’Università di Firenze, fondatore del Museo di Montughi, sarà affascinato dalla profonda cultura e dallo spiccato senso critico di Dora d’Istria, ed ancora Giuseppe Garibaldi la definì addirittura un “Eroe – sorella , un’anima volta a più alti ideali”.
Nel 1867 divenne cittadina onoraria di Atene, titolo che prima di lei fu elargito solo a lord Byron, in seguito al suo intervento a favore dell’indipendenza della Grecia e fece parte della più famosa società Geografica d’Europa, quella di Parigi.
Il fatto che la personalità di Elena Ghika fosse considerata tanto straordinaria dai contemporanei e da autori della prima metà del Novecento, in un’epoca in cui il ruolo intellettuale della donna aveva scarso riconoscimento, rende ancor più inspiegabile come essa sia successivamente caduta nell’oblio e non sia annoverata, come ben meriterebbe, tra le figure femminili più significative del secolo scorso, proprio lei che scrisse una vera e propria geostoria delle donne (“Les femmes en Orient” del 1860 e “Des femmes par une femme” del 1865, “Les Femmes fortes” del 1871,”Lettre à la presidente de l’Association des dames grecques pour l’istruction des femmes” del 1872, “The woman question in Austria e The woman question Germany” del 1873, ecc.).
Riuscì a scoprire l’universo femminile attraverso i suoi innumerevoli viaggi e lo “fotografò” in tutti i suoi particolari attraverso i suoi numerosi scritti che pubblicò nelle più prestigiose riviste dell’epoca.
Descriveva in modo dettagliato l’aspetto esteriore e comportamentale sia di donne “normali” che vivevano la loro vita quotidiana nei deserti di ghiaccio della Lapponia come nelle aride distese degli altopiani asiatici, sia di donne europee di ogni paese: donne zingare, non meno delle donne “eccezionali” che in qualità di sante, regine, poetesse avevano ed hanno un posto nella storia. Rivolse il suo interesse verso le donne dell’Europa orientale, comprese quelle che abitavano le lontane regioni della Russia asiatica,  e dell’Occidente, riuscendo a mettere a confronto le diverse culture e a diffonderne la conoscenza.
Dora d’Istria espresse sempre il suo rigoroso pensiero femminista a livello intellettuale: analizzò la condizione delle donne di fronte alla legge civile e religiosa, denunciò il Concordato, che aveva reso il matrimonio “irrevocabile” quanto la vita monastica, a differenza del codice napoleonico che, invece, aveva concesso il divorzio. Teorizzò l’eguaglianza civile, l’estensione delle garanzie sociali, accordate alla donna in alcuni paesi, l’importanza che alle donne fosse rivolta una educazione diversa da quella convenzionale dominante, una educazione che promuovesse lo sviluppo progressivo delle facoltà naturali individuali.
Non a caso il giurista Carlo Francesco Gabba pubblicò un testo dal titolo molto significativo “La questione femminile e la principessa Dora d’Istria”, uscito nel 1865 a Firenze per la casa editrice Le Monnier, negli anni del dibattito sulla riforma del Codice civile italiano, dei progetti per illuminare l’opinione parlamentare ed extraparlamentare sui bisogni delle donne, sulle ingiuste
esclusioni, quando cioè la donna era una parentesi nel Codice civile mentre nel Codice penale acquisiva una completa personalità.
Erano gli anni in cui l’articolo 486 del codice penale considerava reato l’adulterio della donna, punibile con il carcere da 3 mesi ad un anno, mentre per l’uomo era considerato reato solo il concubinato. Non bisogna dimenticare che nel 1881 fece notizia la prima donna laureata in diritto a Firenze: Lidia Poet, a cui fu respinta due anni dopo la richiesta d’iscrizione all’albo dell’ordine degli avvocati sia dal Procuratore generale sia dalla Corte d’appello di Torino (le donne furono ammesse a svolgere la libera professione soltanto nel 1919).
Dora d’Istria visse a Firenze dal 1860 sino al 1888 a contatto con il fervido ambiente intellettuale e politico del periodo post unitario, sia nella fase di apogeo della città, quando divenne capitale del Regno unito, sia nel periodo successivo, indubbiamente più difficile per Firenze, dopo il trasferimento della capitale a Roma.
Dimostrò sempre una particolare propensione ad aiutare chi aveva bisogno e questo impulso generoso lo manifestò anche in ultimo, lasciando in eredità tutti i suoi beni all’Istituto nazionale sordomuti di Firenze, fondato nel 1884.
Negli anni successivi Firenze la ricordò attribuendo nel 1908 il nome Dora d’Istria a una piazza che sarà chiamata piazza Torino (l’odierna piazza Isidoro del Lungo) nel 1912, anno in cui il Comune di Firenze decise di opporre una lapide sulla facciata di “Villa d’ Istria”, all’ epoca posta al n. 10 di via Leonardo da Vinci, dove Dora d’ Istria visse sino alla morte, avvenuta nel 1888.

Dal 1960 la villa a due piani , circondata da un grande parco, da Lei tanto amato e visitato e limitato da alte mura, non esiste più.  Al posto di quella proprietà è stato edificato uno stabile suddiviso in vari appartamenti e al cui progetto molti fiorentini si opposero, sostenendo in una loro petizione che il progetto avrebbe alterato  “lo stato attuale delle aree  destinate a giardino con grave pregiudizio dell’ insolazione e dell’ aereazione delle case circostanti” e che il giardino sarebbe stato “ridotto ad un angusto cortile privo d’ aria e di luce e di sole”. E così purtroppo avvenne:. “Villa d’ Istria“ fu demolita insieme al giardino ed alle mura.

Oggi di Dora d’ Istria “unica donna di grandi meriti, come la definì Paolo Mantegazza, rimane in Firenze solo una lapide che si trova affissa nel piccolo giardino condominiale di quello stabile, costruito nel 1960, che si trova in via Leonardo da Vinci n. 28.

Il testo, redatto dal professor Diego Garoglio nel 1915, così sintetizza la vita e la personalità di Dora d’ Istria:

 

La principessa
Elena Koltzoff Massalaki Ghika
Nata nel 1828 morta nel 1888
Albanese d’origine Rumena di nascita
Fiorentina di elezione
Nobilitò e glorificò se stessa
Per eccelse virtù d’animo e d’ingegno
Nel nome europeo di Dora d’Istria
A memoria del suo quasi trentenne soggiorno
In questa casa
grato e reverente pose il Comune

Bruna Scali per il Pontormo…

FONDAZIONE CIRCOLO ROSSELLI (FCR)

 Spazio QCR Via degli Alfani 101 rosso, Firenze

13-27 Giugno 1912

 MOSTRA DI BRUNA SCALI

  

Bruna Scali dipinge, si può dire, da una vita e si è cimentata con diverse tecniche e con molti soggetti, conseguendo attestati e riconoscimenti. Un lungo percorso artistico che l’ha condotta, oggi, a confrontarsi con lo studio di un sommo pittore, Jacopo Carucci, più noto come il Pontormo. Un artista della sua e che alla sua terra ha lasciato non solo opere importanti come la Pala della Chiesa di San Michele a Pontorme vicino Empoli, gli affreschi della Villa di Poggio a Caiano o la Visitazione a Sant’Anna della pieve di San Michele a Castello a Carmignano, ma soprattutto ha consegnato alla sua gente lo spirito del suo genio, la sua ineguagliabile capacità di innovare i modelli antichi, di comunicare il movimento attraverso il colore e la disposizione delle figure nello spazio, con caratteristiche del tutto nuove rispetto alla tradizione classica. Continua a leggere