I proverbi e i detti di Nonna Maria

1947, il matrimonio di babbo e mamma

1947, matrimonio di babbo e mamma

 Già pubblicato su Emporium, Giugno 2006

La saggezza di’ ppopolo, si sa, si riassumeva un tempo nemmeno tanto lontano, in fulminanti proverbi, brevi giri di parole che dovevano, nelle intenzioni di chi lei diceva, fare da commento premonitore o da riassunto ammonitore dell’accaduto, inevitabile perché pronisticato dal fato, che il detto stesso, tramandato in circostanze simili e diventato patrimonio popolare, riaccorpava all’esperienza di una intera comunità.

Nonna Maria, che io da cinquantanni e passa chiamo mamma, era ed è maestra assoluta di proverbi. me li sciorinava implacabile appena qualche mala pensata mia di ragazzo interrompeva il tranquillo vivere di allora. Alcuni sono rimasti, in memoria, e ancora oggi riappaiono, improvvisi, a sottolineare le stesse pensate, che hanno adesso i suoi nipoti.

Ve ne racconto alcuni, dei più centrati, cercando di mantenerli vivi e non sciuparli troppo con commenti che non servono, ma vogliono essere appena di spiegazione, per quanto basta, per quei lettori di fuori porta, che per avventura si trovassero a leggere questo articolo.

Poteva accadere o accade che una novità, chessòio, di cambio di rotta, di studio o di lavoro, o peggio, di vita, venisse e venga accolta con questo detto:

“Andrà anche bene… disse qui rospo, ma il contadino a’uzza la ‘anna!”

Immaginiamo la scena: un povero e pensieroso rospo, brutto e bitorzoluto, a mezza pancia nella mòta, che non fa male a nessuno, guarda perplesso e timoroso, di sotto in sù, un possente contadino che, seduto su una seggiola, provvede fischiettando e di roncola, ad appuntare o appuntire una lunghissima canna, scopo ultimo, forse, crudelmente infilzarlo e toglierlo dagli impicci del mondo.

Insomma, se queste sono le premesse, il risultato sarà poco da stare allegri.

Si poteva e si può, ancora oggi, non ridere e piegati in due, a queste uscite?

Se invece e al contrario, nessuna nòva buona nòva, la vita scorreva i apparente tranquillità e senza segnali del nuovo, ma troppo comoda e senza i necessari impegni, per esempio una sostanziale e perdurante astinenza dai libri di scuola, per dedicare il tempo al altro di meno noioso, ma anche meno costruttivo, partiva a bomba un ironico:

 

“…duralla… dicev’ i’ ccagnolino!”

E subito, nel pensiero, vi si accendeva l’immagine di uno di quei deliziosi e riccioluti càgnoli bianchi, quasi senza pulci, di tradizione magari veneziana, visti in qualche “telèro” di un Paolo Veronese, ben satolli e immersi nei bocconcini largiti dai generosi commensali di tavole imbandite, che masticando di gusto e di foga l’ultimo arrivo, si augura che la cuccagna continui e per sempre.

Chiudo i ricordi e i commenti con l’ultimo che ha più l’aria di poesia imparata a scuola, dalle suore, insieme ai nomi dei mesi che ho risentito ancora vivissimo nel parlare popolare delle nostre parti.

Richiama tempi nei quali portare scarpe tutto l’anno era un lusso di pochi, ma anche una inutile sofferenza, inispecie nelle campagne assolate. Si cominciava prestino a togliersele, le scarpe, e infatti:

“Marzo, chi ‘un ha scarpe, vada scarzo.

Chi le ha, ne tenga di conto, per andare alla festa di San Baronto.”

Per quanto mi riguarda e a dire il vero, io le scarpe le ho sempre avute, da ragazzo. Ma ricordo benissimo che quando ci si trasferiva in campagna, d’estate e in vacanza, per essere alla pari dei coetanei lì residenti, era regola dimenticarsi di metterle, per non essere subito individuati e presi in giro come “cittadini”. Fino a quando, saltando per gioco e per gara un monte di paglia bruciata, non mi scottai e di brutto i piedi: da allora mi fu proibito, a pena di scapaccioni, il bel gesto egualitario e liberatorio.

Questo detto, se la precisazione non annoia, è tipico della zona di Vinci, e la festa di San Baronto (inarrivabile, delizioso paesino in cima a una tremenda salita, mèta d’obbligo per le gite in bicicletta, raggiungibile con questo mezzo solo con il sudore della fronte e la fatica delle gambe), altro non era che la fiera o festa del primo maggio, che lì si svolgeva, con tanto di giostre, duri di menta e sacchetti di brigidini profumati all’anice, sfornati a iosa nella vicina Lamporecchio.

nonna maria emporium giugno 2006


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