Maria Seddio: Non solo chiacchere

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Non solo chiacchere

Le imprese e le possibilità del linguaggio

 

“Il limite del linguaggio…

vuol dire il limite del mio mondo.”

                    Ludwig Wittgenstein

 

Le imprese si innamorano delle parole. E perchè no? In fondo le imprese sono composte di persone, e le persone vivono in mezzo al linguaggio.

E’ stato detto che viviamo dentro una sfera semiotica – un ambiente in cui parole e gesti danno coerenza alla vita.

Ci distinguiamo dagli altri animali per la nostra capacità linguistica e ci distinguiamo l’uno dall’ altro per le parole e i gesti che scegliamo (spesso incosciamente) per comunicare fra di noi.

Le idee si formano e l’ informazione è il seme che rende vivo il linguaggio.

La nostra dipendenza e la nostra familiarità con il linguaggio sono talmente ovvie che spesso non diamo il valore giusto alle possibilità che esso ci offre.

E non lo diamo in particolare nell’ ambito del lavoro, dove il linguaggio potrebbe migliorare sia i rapporti interpersonali  che i risultati.

Le imprese amano le parole, ma fanno poco o niente per creare ambienti di lavoro dove il linguaggio possa svilupparsi nelle sue piene possibilità.

 

Nel lavoro, oggi, a ciascuno di noi viene chiesto uno sforzo per definire ed esprimere al meglio le nostre potenzialità personali nei nostri rispettivi ruoli.

Le capacità di ognuno sono importanti, ma non bastano.

Occorre che le buone idee (quelle che poi diventano vincenti) possano nascere nel migliore ambiente possibile, un ambiente dove chi partecipa abbia la possibilità di dare il meglio di sé, un luogo dove sia gli obiettivi che i modi per ottenerli vengano ad essere condivisi.

E per prima cosa deve essere condiviso il linguaggio, le parole che definiscono le idee devono essere chiare per tutti ed avere gli stessi significati, che le informazioni diventate patrimonio di tutti, e che tutti hanno contribuito a creare con quel significato preciso, scorrano con chiarezza, come auto veloci e sicure in una strada poco frequentata.

E senza i semafori rossi che si accendono con le difficoltà del comunicare.

Questo renderà le imprese flessibili ai cambiamenti, necessari e indispensabili in una economia globale.

E sarà la loro migliore assicurazione per il futuro.

Occorrono professionisti in grado di comunicare e portare avanti le loro idee con continuità, intorno ad un obiettivo comune.

La capacità di relazione interpersonale è la prima e fondamentale caratteristica che ogni persona che lavora in un’impresa deve avere e tendere a migliorare; e questo a tutti i livelli.

Per i top managers  in particolare, la capacità di creare una visione condivisa dietro le migliori idee e le iniziative più importanti, costituisce  il fattore determinante per il successo.

Tutto questo ha alla base il linguaggio.

Tutto questo succede per mezzo del linguaggio.

E il linguaggio è la risorsa più disponibile nelle imprese e la più sottovalutata.

Nel leadership and the New Science (“The best management book of the year”) — Industry Week magazine survey by Tom Brown), Margaret Wheatley applica le teoria dei quanti nelle imprese. Cerca e delinea riferimenti con l’ infinitamente grande per spiegare le dinamiche nel mondo piccolo della comunicazione. Spinge ai limiti più estremi dell’Universo le traballanti certezze delle nostre idee acquisite e dei nostri preconcetti.

In effetti occorre espandere i confini della nostra ricerca, per adeguare la prospettiva al mercato in continua metamorfosi.

Ogni stella e ogni galassia ( e ce ne sono a miliardi, a contarle…) ha qualcosa di unico e particolare da raccontarci.

E questo di prospettiva verso lo spazio infinito ci riconduce alle inesauribili possibilità del linguaggio:  Dio per primo creò il mondo semplicemente chiamando le cose una ad una, con il loro nome…

La nostra migliore intuizione diventa disponibile per noi e per gli altri quando riusciamo a definirla con le parole, nel suo nascere, nel suo crescere, nel suo divenire possibilità.

E saranno le parole a darle forma, sostanza e bellezza. Parole i cui significati sono definiti dal lavorare insieme ogni giorno e che vanno ad accrescere il patrimonio comune, il grande vocabolario aziendale che sempre si arricchisce ad ogni nuova conversazione.

E diventa presto disponibile e utile per tutti. Come una carta di credito senza limiti di spesa.

Le buone idee hanno sempre un aspetto interessante: piacciono e ci piacciono, e ce le portiamo a casa  per parlarne con le persone a cui vogliamo bene.

Ne parliamo definendole con il linguaggio del gruppo, come le api che discutono danzando e ronzando il tragitto da fare per arrivare a un campo di fiori lontano e sconosciuto: il ronzio raggiunge, nel momento in cui viene stabilito il tragitto esatto, la musica dell’unisono.

Le buone idee nascono dal nostro intuito, che  viene fuori dalla totalità della nostra esperienza e dalla nostra applicazione ed è essenziale quando dobbiamo identificare nuove opportunità nel mondo del lavoro.

Noi costruiamo le nostre idee attraverso le conversazioni, che sono il mezzo attraverso il quale si manifestano e si  rendono visibili le infinite possibilità degli uomini.

E le conversazioni alimentano la fonte dove l’ innovazione e la creatività nascono nelle imprese, e sono le strade nelle quali scorrono la curiosità e la meraviglia, che alimentano come il sangue vitale un ambiente di lavoro sano e vigoroso.

Eppure la maggior parte delle aziende non rende disponibili e vitali queste risorse al proprio interno: sono ancorate a vecchi modi di pensare, a linguaggi pre-definiti e immutabili ai quali nessuno riesce ad opporsi, che portano inevitabilmente alla paralisi delle idee e alla impossibilità del loro rinnovarsi.

In una parola: alle conversazioni inutili e noiose se non al silenzio.

“Non lo accetterebbero mai… non ha mai funzionato nel passato… dove hai preso un’idea del genere?”

Sono concetti “killer”, esempi di una percezione del linguaggio delle strade chiuse, che non portano da nessuna parte.

Vediamo invece qualche esempio di come dovrebbe essere un linguaggio innovativo, quali parole e quali frasi sarebbero incluse:

“Cos’è che non abbiamo visto in passato?… Cos’è che non vediamo?… Proviamo ad immaginare… Cosa sarebbe se cambiassimo …”

 

Inoltre non basta raccontarci delle belle parole: la conversazione deve essere autentica e onesta, dire una cosa mentre ne pensiamo in realtà un’altra ci porta sempre in un vicolo cieco.

Linguaggio vuol dire cultura, e ogni impresa ha il suo linguaggio e la sua cultura.

La cultura aziendale deve coesistere con la  missione propria dell’azienda stessa, nel mercato e nella società.

Le imprese che fanno quello che dicono di fare definiscono un contesto nel quale ciascun membro, partecipante, impiegato è portato ad avere un atteggiamento di collaborazione attiva e creativa, dove la responsabilità delle scelte e della loro  realizzazione è massima e condivisa a tutti i livelli.

Questo richiede disciplina, allenamento e la convinzione diffusa che il linguaggio ha un ruolo centrale nella produttività dell’azienda.

Richiede coraggio e convinzione. Quello che diciamo è quello chi siamo. Siamo quello che sono le nostre parole.

Le imprese amano il linguaggio, dicevamo all’inizio… a volte si legano alle parole.

Una parola va di moda in questo momento: “leadership”

Cosa vuol dire? Nessuno può definirla con esattezza, cambiano i significati nei diversi contesti.

Se cerchiamo le formule o cerchiamo definizioni, ci accorgiamo che qualcosa ci sfugge e non riusciamo a trovare valori e significati uguali per tutte le situazioni.

Warren Bennis, Professore di Buisness Administratione fondatore del Leadership Institute presso l’Universita’ di Southern Californa, ha studiato per più di 4 decenni le caratteristiche proprie dei leaders.

Evitando di dare una risposta facile alla domanda: “come si puo definire “leadership,” Bennis ha identificato nel leader la capacità di manifestare un “profondo ascoltare” che sa trasferire agli altri attraverso un dono di “eloquenza non comune.”

Nel suo libro “Dirigere Persone è Come Controllare Gatti”  pubblicato da Executive Excellence Publishing nel 1997, una delle  sue tante opere sulla “leadership”, Bennis scrive:

“Leaders efficaci mettono parole ai desideri senza forme ed ai bisogni profondamente sentiti dagli altri.  Loro creano “comunità” dalle parole.”]

Sono le frasi che hanno pronunciato che si attaccano ai leaders e ci fanno venire in mente il loro nome:

“Non chiedere quello che il paese può fare per te…(J.F. Kennedy)

“Io ho un sogno… (M.L. King)

“Dobbiamo fare una casa comune… (M. Gorbaciov)

Oppure l’obiezione fatta in pubblico da una persona in fondo alla sala che dice improvvisamente quello che tutti stanno pensando in silenzio.

Sono frasi che non possono scrivere gli esperti di pubbliche relazioni o gli avvocati, nascono dalla parte migliore di noi.

Non si ha una singola definizione di “leadership”, non esiste una formula che funzioni sempre o un certificato da appendere al muro.

Riconosciamo la leadership quando sentiamo parlare chi la possiede, riconosciamo il leaders dal loro linguaggio.

E speriamo di avere la possibilità di ascoltarne ancora.

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