Due Zeffi di Empoli… Giovanni e Giovan Francesco

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Antonio Puccinelli, La scoperta dell’assassinio di Alessandro dei Medici, bozzetto preparatorio

Intanto pago subito i debiti: tutto quello che segue lo devo alla cortesia e al sapere di Giulia Grazi Bracci, che io, come del resto tutti i suoi amici, chiamo in simpatia Maciò. E’ lei che ha approfondito la storia della famiglia Zeffi, fino a cercare ogni possibile e immaginabile riferimento, negli archivi e per ogni dove. E quello che più colpisce nei suoi scritti, è quando dice che non è una esperta: in fondo lei di professione fa I’ingegnere, e quindi quello che trova lo mette a disposizione di altri. E’ proprio un bel tipo la Mació, nata ad Asina Lunga (Sinalunga) nel contado senese e venuta a stare qui dalle nostre parti, in quel di Monteboro!

Cominciamo quindi col dire che gli Zeffi, di cui si parla nell’intitolazione della via empolese sono due: Francesco e Giovan Francesco, che furono probabilmente biscugini. Spesso si sono confusi in uno solo per la comunanza di mestiere: furono infatti tutti e due religiosi, letterati, studiosi di lingue antiche ed ebbero a impiegarsi come istitutori in importanti famiglie fiorentine: Francesco presso gli Strozzi e Giovanni Francesco presso i Medici. Francesco nacque a Empoli il 30 Dicembre 1491, fu prete e canonico prima nella Collegiata empolese e poi Lorenzo, a Firenze. Fu precettore dei figli di Filippo Strozzi e appartenne alla esclusiva Accademia degli Umidi. Tradusse dai classici latini e pubblicò parecchi volumi di carattere religioso. Se ne andò da questo mondo il 17 Gennaio 1546. Quello che ebbe vita più avventurosa fu Giovanni Francesco, che fu assunto dalla famiglia di Pier Francesco de’ Medici, di cui fu agente e segretario, dal 1523 al 1536. Seguì negli studi il famoso Lorenzino che, fattosi grande, uccise a tradimento il duca Alessandro dei Medici, dopo averlo attirato in casa sua con la promessa di un incontro amoroso con la propria, bellissima zia, la Caterina Soderini Ginori. II fattaccio avvenne le notte del 5 Gennaio 1537 e Lorenzino fu aiutato dal suo servo Michele del Tavolaccino, detto lo Scoronconcolo. Fu il nostro Zeffi ad essere informato per primo della faccenda e fu lui a fornire il denaro per la fuga. Gli fu inoltre ordinato di aspettare tutta la notte, davanti alla ‘maledetta camera’, badando bene che non entrasse nessuno, prima di avvertire chi di dovere di quello che era accaduto. Giovan Francesco era il Maestro di casa e aveva la disponibilità dei cordoni della borsa. E del suo comportamento ebbe a lamentarsi Lorenzino nella sua “Apologia”, giudicandolo eccessivamente prudente. Ne disse male anche il Varchi, definendolo, in una lettera, così: ‘pedante, sterile e inutile’. Pur avendo ubbidito solo agli ordini, fu sospettato di tradimento e connivenza da Cosimo I, che subentrò ad Alessandro, e ritenuto quindi colpevole del reato di lesa maestà. Per lui fu la rovina. Gli furono sequestrati tutti i beni e fu allontanato, pena la morte, dal ducato di Toscana. Il beneficiato di turno, familiare di Cosimo, fu un barbiere, chiamato di soprannome e appunto ‘Barbetta’, che si ritrovò in mano la ricca biblioteca di Giovanni, composta da manoscritti e volumi rarissimi. Pensò bene di vendere tutto, e tutto fu disperso. Di questo ebbe a lamentarsi nelle lettere spedite agli amici fiorentini il nostro incolpevole Giovan Francesco, che finì i suoi giorni di esule non si sa dove, e morì non si sa quando, ma comunque prima del 1562, quando fu pubblicato postumo il suo libro più importante, la versione in volgare delle ‘Lettere di San Gerolamo’. Peggio sorte toccò a Lorenzino, ammazzato in campo San Polo a Venezia, nel 1548 da due sicari inviati, sembra, dalla vedova di Alessandro, Margherita d’Austria. Ma qui si va fuori dal nostro seminato.

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