Paolo Pianigiani: Santagostino

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E’ uscito per Natale, per i tipi di Polistampa (Firenze), voluto dalla Misericordia di Empoli, che si sta prendendo cura della chiesa conventuale di Santo Stefano degli Agostiniani a Empoli. Per tutti gli empolesi da sempre: Santagostino.

E’ un libro bello per le immagini, grazie alla fotografa boema Alena Fialová che ha eseguito a campagna fotografica, e per il testo dell’autore, Walfredo Siemoni.

Ha il piglio del racconto storico, puntualmente giustificato dalle note a margine, questo svolgersi cronologico dei fatti.  Si parte proprio dall’inizio, in virtù di precisi privilegi concessi al pievano della Terra d’Empoli dal Vescovo Gotifredo (anno domini 1117), e ribaditi poi da pergamena ugualmente bollata dagli onnipotenti conti Guidi (la famosa contessa Immilia o Emilia convinta dall’altrettanto celebre Pievano Rolando), due anni dopo, nel 1119. In pratica era il Pievano che decideva se e come accogliere fra le terre di sua competenza altri insediamenti religiosi. Naturalmente la scelta obbligata era di non far entrare nessuno, in modo da prendersi tutti gli emolumenti relativi a beni e lasciti dei fedeli, o contributi per le messe o patronati per le cappelle. Fiorini sonanti, a dirla chiara. Infatti i Francescani nel Castello non sarebbero mai entrati, restando a Santamaria e nei pressi dell’attuale Cimitero, i Carmelitani isolati a Corniola. Gli Agostiniani invece riuscirono ad entrare, aiutati dal fatto che da tempi immemorabili avevano un oratorio dentro le mura, officiato da un misterioso loro confratello eremita.

Ma intanto avevano fondato il loro convento in Borgo (attuale via Chiarugi), e da lì chiedevano l’ingresso nella terra fortificata, adducendo motivi di sicurezza e protezione dalle scorrerie dei pisani e dei lucchesi. Ebbero il permesso di costruire il convento, con la chiesa annessa, lì dove sta ora, intorno al 1367. Il primo altare nella chiesa lo pagò la potente famiglia dei Giuseppi. Da allora i rapporti fra i frati e i preti della pieve furono quasi sempre improntati alla concorrenza, specialmente quando nel 1399 viene affidata ai frati agostiniani la cassa dei Consoli che governavano il Castello di Empoli e una delle due chiavi affidate al Priore. A questo punto ebbero un ruolo importante le due Compagnie di laici che operavano nella chiesa: quella dell’Annunziata e quella della Croce. Mentre la compagnia dell’Annunziata, detta anche dalla veste turchina, operò sempre in accordo con i frati, quella della Croce fu in perenne contrasto con i vari priori che si susseguirono al comando del convento empolese.

Fino ad arrivare allo scontro fisico, quando nel 1470 i confratelli della Compagnia si allearono con il Pievano Antonio Giachini detto Malepa,  (quello che fece scolpire il fonte Battesimale da Bernardo Rossellino, datato 1447) e provocarono l’intervento degli Otto di Guardia e Balia, che da Firenze vennero a metter pace fra i preti e i frati che eran venuti alle mani.

Le cose, con alti e bassi, non migliorarono negli anni, basti pensare che il Gran Principe Ferdinando dei Medici, riuscì a portarsi nelle sue collezioni fiorentine la gran tela del Cigoli, una magnifica Deposizione, tesoro e vanto della Compagnia della Croce, solo aggiungendo ai 600 scudi di compenso, alla copia del Gabbiani, anche la promessa (mai del resto mantenuta) di intervenire a loro favore in una ennesima controversia con i frati agostiniani. Era il 1690: i confratelli si erano goduti la loro bellissima tela solo per un’ottantina d’anni.

Ma parliamo delle opere d’arte, così bene illustrate e forse per la prima volta documentate in tutta la loro bellezza. In primis le opere di Masolino da Panicale, che sono tre: la cappella della Compagnia della Croce in fondo di chiesa, dedicata a S. Elena, lavoro ad affresco del quale rimangono purtroppo solo le sinopie, la lunetta della Madonna con Bambino e Angeli, e il S. Ivo del quale resta un ampio frammento. Gi affreschi di Gherardo di Jacopo, detto lo Starnina: il contratto fra la compagnia dell’Annunziata e questo misteriosissimo pittore è documentato da carte d’archivio datate 1408. Ci rimangono solo due frammenti, peraltro bellissimi, posti ora nel Museo Parrocchiale. Li scoprì il Procacci nel 1943, giunto qui a Empoli con la missione di recuperare ove possibile le antiche vestigia gotiche, rimaste sepolte dai dettami del Concilio di Trento. Le cappelle nelle chiese erano tutte affrescate e decorate, spesso con storie dei santi a cui erano dedicate. Dopo il Concilio passò la regola di cancellare tutto e costruire altari in pietra serena con una sola grande tavola o tela, verso la quale concentrate l’attenzione dei fedeli.

Fu un’opera devastante per le cappelle e la struttura della chiesa, anche se i risultati garantirono il recupero di opere d’arte importantissime: si cominciò, seguendo le notizie d’archivio, a buttar giù le cappelle dove si pensava di ritrovare pitture sotto gli intonaci, e a distruggere gli altari. Per questo in alcune cappelle furono recuperati gli archi gotici a ogiva, con i dipinti di Masolino o, appunto dello Starnina. Quando arrivò la guerra anche a Empoli, fu sospeso tutto, e le opere d’arte mobili portate al sicuro. Con il dopoguerra si mise mano ai restauri, resi necessari dall’abbattimento del campanile operato dai tedeschi. Il recupero del gotico intanto era passato di moda e così quello che ci è rimasto è un misto fra gotico e barocco, vera e propria fotografia dei secoli che si son succeduti.

E quindi abbiamo gli splendidi affreschi di Masolino, le due sculture di Bernardo Rossellino che raffigurano l’Annunciazione, la tela secentesca del Furini, messa a valorizzare la più antica tavola di Bicci di Lorenzo con il San Nicola che protegge Empoli dalla peste. Gli affreschi del Vannini, benissimo conservati nella cappella degli Scarlini, quella dedicata a Santa Caterina, con il Martirio della Santa raffigurato da pittore senese Rutilio Manetti. E poi il Passignano nella Cappella dei Salvagnoli nel transetto sinistro, il Mario Balassi della Cappella dei Neri, il Meucci, in coppia con il Del Moro, che affrescarono anche il soffitto della Collegiata, attivi nella cappella della Madonna del Buon Consiglio. E la tela del Botteghi, attualmente posta nel coro, ma realizzata per coprire e isolare la lunetta di Masolino, che in antico stava sopra la porta di Sagrestia, coperta inseguito da un altare.

Un libro che rimarrà, nelle case degli Empolesi e sui tavoli degli studiosi, punto di arrivo di studi e scoperte storiche di assoluto rilievo. Per la città uno strumento di diffusione e conferma della storia passata e dei beni artistici che si trovano fra noi, adesso più che mai da valorizzare non solo per la gloria, ma soprattutto per il turismo, una risorsa pochissimo utilizzata nelle nostre contrade.

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