Marta Questa: Leopardi a Firenze

 

 

Fanny Targioni Tozzetti, l'Aspasia di Leopardi

Fanny Targioni Tozzetti, l’Aspasia di Leopardi

Il 23 giugno 1827 Leopardi scriveva a Recanati a suo padre: ”Partii da Bologna il 20 ed il giorno seguente, la mattina, arrivai a Firenze, dopo un viaggio ottimo. Non so quanto mi tratterrò. Il non poter uscire di casa il giorno per la flussione d’ occhi, che mi molesta costantemente, mi dà molta malinconia e mi impedisce di conoscere la città veramente. Sono obbligato a rifiutare tutti gli inviti che mi vengono fatti e la grande festa fiorentina di domani (giorno di S. Giovanni Battista) sarà per me un giorno fermato”. Ed ancora il 6 luglio 1927 all’amica  Antonietta Tommasini: Passo tutto il giorno in casa al buio ed esco fuori solamente verso sera, come un pipistrello”.

Si trattava del primo soggiorno di Leopardi a Firenze che durerà dal 21 giugno 1927 al 10 novembre 1828, quando si recherà a Pisa, dove troverà un clima più favorevole alla sua precaria salute  e di cui conserverà sempre un buon ricordo. Tornerà a Firenze da giugno a novembre del 1928 per poi soggiornare ancora nella città, anche se non continuativamente,  dal 10  maggio 1830 fino a settembre del 1933 con l’ interruzione dall’ ottobre del 1831 al marzo 1832, data dal soggiorno romano con l’amico Antonio Ranieri

Firenze, che nelle sue lettere spesso dichiarò di non amare, ma nella quale soggiornò a lungo, fu la città in cui Leopardi ebbe le maggiori relazioni sociali. Il tramite principale fu Gian Pietro Vieusseux (1779-1863), intellettuale di famiglia ginevrina che in Firenze fondò nel 1819 un Gabinetto scientifico-letterario e nel 1821 l’“Antologia”, rivista che divenne autorevolissima portavoce del liberalismo moderato e progressista  borghese, e che cesserà di essere pubblicata nel 1833.

Leopardi era entrato in contatto con  Gian Pietro Vieusseux nel ’24, dietro suggerimento dell’ editore ed amico Giordani, riuscendo però a pubblicare nella rivista solo tre Operette nel 1826. Giunto a Firenze nel giugno ’27, nel Gabinetto di Vieusseux conobbe molti degli intellettuali che si riconoscevano nel progetto dell’“Antologia”: tra gli altri, Giuseppe Montani, Giovan Battista Niccolini, Niccolò Tommaseo, e coloro che gli furono più intimi, come il generale e storico Pietro Colletta e Gino Capponi, in sostanza il  gruppo dei futuri “amici di Toscana” .

Il 3 luglio 1827 all’ avvocato Pietro Brighenti scriveva: “Io vivo malinconico, nonostante le molte gentilezze usatemi da questi letterati, tra i quali, tutti i primari, compreso Niccolini, sono venuti a trovarmi”.  Il 24 luglio del 1828 a Pietro Gordani: “ Ora che mi manca la tua compagnia, se non fosse stata la mala disposizione della salute, che mi vieta di viaggiare con questi caldi, avrei lasciato Firenze assai volentieri, perché ti confesso che questa città senza la tua presenza, mi riesce molto malinconica. Questi viottoli che si chiamano strade mi affogano, questo sudiciume universale mi ammorba; queste donne sciocchissime, ignorantissime e superbe mi fanno ira; io non veggo altri che Vieusseux e la sua compagnia e quando questa mi manca, come accade spesso, mi trovo come in un deserto”.

Appunto a “questi amici di Toscana” dedicherà il libri “I Canti”, pubblicati a Firenze dall’ editore Guglielmo Piatti  ed il 15 dicembre 1830 scriverà”: “Ben sapete che queste medesime carte io non ho potuto leggere e per emendarle m’è convenuto servirmi degli occhi e della mano d’altri. Non mi so più dolere, miei cari amici e la coscienza che ho della grandezza della mia infelicità, non comporta l’ uso delle querele. Ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena. Se non che in questo tempo ho acquistato voi e la compagnia vostra. L’amor vostro mi rimarrà tuttavia e mi durerà forse anche dopo che il mio corpo, che già non vive più, sarà fatto cenere”.

Il Gabinetto scientifico e letterario di Giovan Pietro Vieusseux  era stato aperto il 9 dicembre 1819  a Palazzo Buondelmonti, in piazza Santa Trinita, di fronte alla colonna con la statua della Giustizia. Lo «stabilimento» garantiva la disponibilità dei migliori periodici internazionali, con una parte di libri che costituivano la «biblioteca consultativa», riservata alla lettura in loco e, dal 1822, con libri destinati al prestito, cosiddetta  «biblioteca circolante».

Lì si trovavano a disposizione degli associati  tutti gli scritti periodici, giornali e gazzette che venivano pubblicate nelle principali città dell’Italia,  i fogli periodici, i giornali e le gazzette francesi, inglesi e tedesche  le più accreditate, carte geografiche, dizionari, ed altri libri da consultarsi.  Fu aperto a Firenze, allora l’«Atene d’Italia», per più motivi, tra cui la relativa tolleranza del granduca Leopoldo II e la presenza di tanti viaggiatori che la disponibilità di libri e periodici nelle diverse lingue avrebbe trattenuto più a lungo in città.

Al secondo piano di Palazzo Buondelmonti Vieusseux aveva stabilito la propria abitazione, e nella sala, posta sulla cantonata destra, avevano preso a riunirsi settimanalmente in conversazione intellettuali e uomini dotti di varia provenienza, per discutere di letteratura, problemi politici, economici, legislativi, pedagogici, scientifici e in particolar modo agrari.
Era nato  così quel «club dei sabati» di cui parla Stendhal in una lettera del 3 maggio 1824 a Antonio Benci, dichiarando di serbarne «graditissima memoria» e che divenne il «centro del liberalismo di tutta Firenze», e come sosteneva Pietro Brighenti, «confidente dell’alta Polizia di Milano» sotto il falso nome di Luigi Morandini “una  delle cose più importanti che «possa offerirsi in giornata nella città di Firenze” .

Non esisteva nella città, prima di allora, un esercizio come quello aperto da Vieusseux: il Gabinetto si proponeva di offrire in lettura il meglio delle pubblicazioni italiane e straniere, con il fine dichiarato di porre in contatto Firenze e la Toscana, e più in generale l’Italia, con le più innovative esperienze dei paesi europei.

Leopardi il 9 settembre 1830 rispondendo alla richiesta della sorella Paolina di poter ricevere fogli francesi ed inglesi per poter avere un’idea della rivoluzione in Francia ed in Europa in generale, scriveva: “Qui (fuorchè il Gabinetto, il quale non rivende i giornali), i luoghi pubblici non hanno mai tenuto fogli realisti, perché non si leggono.”

Quando Leopardi giunse a Firenze l’ attività era già da tempo avviata e il Gabinetto Vieusseux da diversi anni era diventato il punto di ritrovo di molti intellettuali europei. Numerosi erano durante la settimana gli incontri culturali ed il 25 giugno del 1927 fu organizzata presso la sede del gabinetto una serata in onore di Leopardi  e del commediografo Alberto Nota.

Così ricorda la serata Mario Pieri nel sue Memorie inedite: «Bella compagnia questa sera in casa Vieusseux! […] Il Conte Leopardi di Recanati, giovane fornito di ottime lettere e di gusto classico e non romantico, grande ellenista e scrittore di versi e prose eleganti e ornate di forti e generosi concetti, giovane insomma singolare anche per l’età sua, la quale io non credo che oltrepassi l’anno 26. Peccato che egli non abbia una salute perfetta! ­L’aria del sembiante è viva e gentile, il corpo è alquanto difettoso per altezza di spalle, il tratto dolce e modesto; parla ben poco, è tinto di pallore, e sembrami malinconico. Io cercherò di conoscerlo meglio, giacchè mi sento preso alla simpatia per lui».

E fu appunto presso il Gabinetto Vieusseux che Leopardi conobbe nel 1827 Alessandro Manzoni, che il 3 settembre arrivò alle ore 19 a Palazzo Buondelmonti dove ad accoglierlo, insieme a Vieusseux e al suo circolo, vi era anche un pubblico di intellettuali selezionato e ristretto. A proposito di questa serata Leopardi l’ 8 settembre 1827 scriveva a suo padre: “Tra i forestieri ho fatto conoscenza ed amicizia con il famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l’Italia parla e che ora è qui con la sua famiglia e in un’ altra  lettera sempre dell’ 8 settembre all’ editore Stella aggiungeva: “Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente Manzoni e di trattenermi seco a lungo: un uomo pieno di amabilità e degno della sua fama”

Ed ancora Il 17 giugno 1828 a suo padre: “Ho piacere che ella abbia veduto e gustato il Romanzo cristiano. E’ veramente una bell’ opera e Manzoni è un bellissimo animo e caro uomo”
Firenze fu indubbiamente la città in cui Leopardi forse ebbe la più importanti relazioni sociali, le più strette amicizie e i più insigni riconoscimenti.

Non dobbiamo dimenticare che Colletta , dopo che le Operette morali nel 1828 non vinsero il premio di mille scudi bandito dall’Accademia della Crusca, offrì a Leopardi un sussidio per un anno da parte degli amici di Toscana, grazie al quale il poeta poté lasciare Recanati e ritornare a Firenze. Il 27 marzo 1832 scriveva al cavaliere Giambattista Zannoni, segretario dell’ Accademia della Crusca: “Ricevo dalle mani del signor Vieusseux la patente di codesta Imperiale e Reale Accademia La mia gratitudine è tanto maggiore . quanto io conosco minore il mio merito. Anzi nessun merito io conosco in me, che potesse in veruna parte farmi degno di questo premio, se non si volesse chiamare merito l’amore immenso e indicibile ch’ io porto a questa cara e benedetta toscana, patria d’ ogni eleganza e d’ ogni bel costume e sede eterna di civiltà, la quale ardentemente desidero che mi sia conceduto di chiamare mia seconda patria e dove piaccia al cielo che mi sia lecito di consumare il resto della mia vita e di rendere l’ ultimo respiro”.

 La Toscana inoltre aveva presentato per Leopardi il vantaggio di avere una censura meno rigorosa di quella degli Stati pontifici e non fu un caso che i Canti furono pubblicati a Firenze dall’ editore Piatti nel 1831, la cui prima edizione fu accompagnata dalla dedica “Agli amici di Toscana”, dopo che la censura a Napoli aveva bloccato la pubblicazione delle sue opere.

Il giudizio sulla città e sui suoi abitanti fu spesso controverso, ma al fratello Carlo già nel 1827 scriveva:” Tu non vuoi ch’io dica male di Firenze. In verità non potrei dire perché io sia poco contento, ma in che luogo si può stare contento senza salute?”

L’attività creativa, a Firenze, fu ricchissima: oltre ai Canti, Leopardi compose nel ’32 le ultime due Operette, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere e Dialogo di Tristano e di un amico (comprese nell’edizione Piatti, Firenze 1834), iniziò a lavorare ai Pensieri e progettò (in sostanziale contrapposizione all’“Antologia”) il giornale “Lo Spettatore fiorentino”, per cui stese un importante  Preambolo, ma che fu giudicato dal granduca di “nessuna utilità” e di cui fu quindi impedita la pubblicazione. Non bisogna dimenticare che Leopardi conobbe a Firenze nel giugno 1828, lo storico Antonio Ranieri, di origini nobiliari, esiliato in Francia, Inghilterra e in Toscana per le sue idee liberali. Diverrà senatore, docente all’università di Napoli e scrittore. I due divennero praticamente inseparabili dal settembre ’30 e non si non si può certo dimenticare il giudizio su Ranieri che lo stesso Leopardi volle lasciarci nel Pensiero IV: “Un mio amico, anzi compagno della mia vita, Antonio Ranieri, giovane che, se vive, e se gli uomini non vengono a capo di rendere inutili i doni ch’egli ha dalla natura, presto sarà significato abbastanza dal solo nome”.

Ma soprattutto, Firenze è la città in cui incontrò Fanny Targioni Tozzetti, la donna per cui provò la più forte passione della sua vita, eternata col nome di Aspasia nei Canti del periodo fiorentino e napoletano, il cosiddetto “ciclo di Aspasia”, dove Leopardi ci consegna un ritratto indimenticabile della donna:

 

Torna dinanzi al mio pensier talora

il tuo sembiante, Aspasia. …

Quanto adorata, o numi, e quale un giorno

mia delizia ed erinni! E mai non sento

mover profumo di fiorita piaggia,

né di fiori olezzar vie cittadine,

ch’io non ti vegga ancor qual eri il giorno

che ne’ vezzosi appartamenti accolta,

tutti odorati de’ novelli fiori

di primavera, del color vestita

della bruna viola, a me si offerse

l’angelica tua forma, inchino il fianco

sovra nitide pelli, e circonfusa

d’arcana voluttà; quando tu, dotta

allettatrice, fervidi sonanti

baci scoccavi nelle curve labbra

de’ tuoi bambini, il niveo collo intanto

porgendo, e lor di tue cagioni ignari

con la man leggiadrissima stringevi

al seno ascoso e desiato…

Fanny Ronchivecchi, nata a Firenze nel 1801 e lì deceduta nel 1889, sposata col medico e botanico Antonio Targioni Tozzetti, ebbe un posto importante nella vita mondana e culturale della città.

Leopardi la incontrò nel maggio 1830, e subito se ne innamorò. Il reale rapporto tra i due non fu degno di nota. Più interessata all’amicizia dell’affascinante Antonio Ranieri, Fanny non poté certo corrispondere alla passione di Leopardi. Anzi sembra che dopo la morte del poeta avrebbe anche finto di non aver compreso i suoi reali sentimenti, rivolgendo a Ranieri una domanda sull’identità di Aspasia, domanda alla quale egli rispose in una lettera del 13 gennaio ’38: “Aspasia siete voi, e voi lo sapete, o almeno lo dovreste sapere, o almeno io immaginava che voi lo sapeste”.

 La famiglia  Targoni Tozzetti abitava al n. 7655 di via Ghibellina, non molto lontano da una delle abitazioni di Leopardi.  Durante il suo primo soggiorno il 7 luglio 1827 in una sua lettera così informava la sorella Paolina “Qui alloggio alla locanda della Fontana. Si paga assai e si mangia poco, ma la biancheria si cambia quasi ogni giorno. Dozzine in case particolari si trovano difficilmente e si pagano un terzo più che a Bologna”.

Leopardi alloggerà a più riprese presso la locanda della Fontana, nella zona di piazza del Grano, dietro piazza della Signoria  allora conosciuta come piazza del Granduca, per poi passare a dozzina, cioè prendere alloggio presso una famiglia, prima in borgo degli Albizi e poi in via del Fosso (oggi attuale via Verdi) in due stanze presso le sorelle Busdraghi, che abitavano appunto vicino a via Ghibellina e quindi a poca distanza dal salotto letterario di Fanny Targioni Tozzetti, che Leopardi frequentava con una certa assiduità.

Ed è proprio vicino a via del Fosso che Leopardi ambientò  il suo IV pensiero, un breve racconto dove ricorda una passeggiata fatta in compagnia di Antonio Ranieri lungo via dell’ Oriuolo che nell’ ultimo tratto allora si chiamava via Buia, perché un tempo, prima del suo allargamento, realizzato più tardi nel 1860, era molto stretta e difficilmente illuminata dal sole, e dove, all’ angolo con piazza Duomo, si trovava  Palazzo Guadagni Riccardi, a cui Leopardi fa esplicito riferimento nel racconto e che oggi è sede amministrativa della Regione Toscana. Più che un breve racconto per Leopardi voleva essere una riflessione sull’ atteggiamento dei fiorentini, considerati da tutti esempio di cultura, ma che, in effetti, stando a quanto ci rivela Leopardi, pare che credessero ancora ai fantasmi: 

“Questo che segue, non è un pensiero, ma un racconto, ch’io pongo qui per isvagamento del lettore. Un mio amico, anzi compagno della mia vita, Antonio Ranieri, giovane che, se vive, e se gli uomini non vengono a capo di rendere inutili i doni ch’egli ha dalla natura, presto sarà significato abbastanza dal solo nome, abitava meco nel 1831 in Firenze. Una sera di state, passando per Via buia, trovò in sul canto, presso alla piazza del Duomo, sotto una finestra terrena del palazzo che ora è de’ Riccardi, fermata molta gente, che diceva tutta spaventata: ih, la fantasima! E guardando per la finestra nella stanza, dove non era altro lume che quello che vi batteva dentro da una delle lanterne della città, vide egli stesso come un’ombra di donna, che scagliava le braccia di qua e di là, e nel resto immobile. Ma avendo pel capo altri pensieri, passò oltre, e per quella sera né per tutto il giorno vegnente non si ricordò di quell’incontro. L’altra sera, alla stessa ora, abbattendosi a ripassare dallo stesso luogo, vi trovò raccolta più moltitudine che la sera innanzi, e udì che ripetevano collo stesso terrore: ih, la fantasima! E riguardando per entro la finestra, rivide quella stessa ombra, che pure, senza fare altro moto, scoteva le braccia. Era la finestra non molto più alta da terra che una statura d’uomo, e uno tra la moltitudine che pareva un birro, disse: s’i’ avessi qualcuno che mi sostenessi ‘n sulle spalle, i’ vi monterei, per guardare che v’è là drento. Al che soggiunse il Ranieri: se voi mi sostenete, monterò io. E dettogli da quello, montate, montò su, ponendogli i piedi in su gli omeri, e trovò presso all’inferriata della finestra, disteso in sulla spalliera di una seggiola, un grembiale nero, che agitato dal vento, faceva quell’apparenza di braccia che si scagliassero; e sopra la seggiola, appoggiata alla medesima spalliera, una rocca da filare, che pareva il capo dell’ombra: la quale rocca il Ranieri presa in mano, mostrò al popolo adunato, che con molto riso si disperse.A che questa storiella? Per ricreazione, come ho detto, de’ lettori, e inoltre per un sospetto ch’io ho, che ancora possa essere non inutile alla critica storica ed alla filosofia sapere che nel secolo decimonono, nel bel mezzo di Firenze, che è la città più culta d’Italia, e dove il popolo in particolare è più intendente e più civile, si veggono fantasmi, che sono creduti spiriti, e sono rocche da filare. E gli stranieri si tengano qui di sorridere, come fanno volentieri delle cose nostre; perché troppo è noto che nessuna delle tre grandi nazioni che, come dicono i giornali, marchent à la tête de la civilisation, crede agli spiriti meno dell’italiana”.

E come a più riprese Leopardi ricorderà attraverso i suoi scritti il soggiorno fiorentino, così Firenze ancor oggi lo ricorda. Una lapide, posta nel 1901 sulla facciata del palazzo al n. 11  di via Verdi, allora denominata via del Fosso, testimonia ancora il suo soggiorno a più riprese presso le sorelle Busdraghi con questo scritto:.

MDCCCC1

PER DECRETO DEL COMUNE

IN QUESTA CASA

DIMORO’ PIU’ VOLTE TRA IL 1828 E il 1833

GIACOMO LEOPARDI

E QUI

AGLI AMICI SUOI DI TOSCANA

DEDICAVA I CANTI

NELLE CUI AUSTERE ARMONIE

NON VINTA DALLO SCONFORTO DELLE COSE UMANE

PERSISTEVA FATIDICA

LA MAGNANIMA NOTA

DELLE ITALIANE SPERANZE

Anche il nome di una via in Firenze ricorda ancora il soggiorno del famoso poeta. Dal  gennaio del 1868 nel periodo della realizzazione del progetto dell’ architetto Poggi e quindi di Firenze  “città moderna” e capitale del nuovo Regno unito d’ Italia, una via, che fa parte delle costellazioni delle strade ottocentesche attorno a piazza d’ Azeglio, fu denominata “via Leopardi”, in angolo con quella che nello stesso anno l’amministrazione, presieduta dal sindaco Giuseppe Garzoni, ritenne opportuno dedicare a Manzoni, in ricordo anche dell’incontro dei due scrittori avvenuto in Firenze. Ed  ancora una volta il destino sembrò riunirli quando il 28 giugno 1938 la giunta comunale, al tempo del podestà Venerosi Pesciolini, ritenne più conveniente aggiungere il nome proprio alle denominazioni di ambedue le vie che da allora si chiamano appunto “via Giacomo Leopardi” e  “via Alessandro Manzoni”.

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