Paolo Pianigiani: Poesia sperimentale…

Prove tecniche allo scrivere¹

“Dove? Quadernucci spiralati, comodi alla bisogna, rigida la copertina a sostenere, non i clamorosi dispieghi di pagina cari, chessòio, al Gadda, acquisi solo in galleria: sulle cui superfici dispiegava poi gli affrescati piani di battaglia, allo scrivere. Inarrivabili cime di calami e inchiostri”.

(1.02.2004)

E immagina allora una piccola masnada di pensieri, che ti invadono uggiosi la notte, e strillano e strillano finché non ti arrendi e ti metti ad ascoltare. E li fulmini al volo per levarteli di torno. Se li scrivi si accontentano e, satisfatti all’esistere, o almeno, all’essere, si accoccolano, con un sospiro, sulle grafiti in 6b [2], indispensabili allo autore e allo scrivere. Dove? Quadernucci spiralati, comodi alla bisogna, rigida la copertina a sostenere, non i clamorosi dispieghi di pagina cari, chessòio, al Gadda, acquisi solo in galleria[3]: sulle cui superfici dispiegava poi gli affrescati piani di battaglia[4], allo scrivere. Inarrivabili cime di calami e inchiostri.

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Paolo Pianigiani, “Labirinto rosso armonico”, 2004, elaborazione al computer

[1] Annotazioni spicciole di metodi di scrittura, inesaustive e brulle; e maxime esteriori: delle motivazioni prime, quelle più interiori e sottopelle, impossibile e arditissimo sarebbe il dire. Noti il lettore: ciascuna singola parola, virgola o i duepunti, sono state dall’autore pesate e ripesate, con suo proprio bilancino d’orafo. Eventuali refusi o errorucoli immateriali quasi, affondi persi nella tosca lingua natìa, sono da considerarsi volontari e voluti, e da scontare, a tempi e luoga, in qualsiasi purgatorio abbecedario vorranno relegarlo i critici giudiconi. O da perdonarsi, dovendoli segnare a credito del cercare nuove densità e diradazioni: della sinusoide lunga della scrittura, alle somme! [2] Comodo allo scrivere il lapisslazzulo seibì, della Koh-i-noor Hardtmuth, della serie 1500, perfatto nella Czech Republic, nelle officine di Ceské Budejovice. La mina scorre con la velocità della luce e comprende le infinite possibilità di pressione. Da suggerirsi nei calendari ebdòmeri, agli scribani, come rimedio alla noia e alle difficoltà criptico-oftalmiche della inventio fabulae. Se lo scritto poi non perviene a clamori e glorie, puoi sempre incolparne le vaganti attese delle mine: insapide e insipide, per questa volta, alla pagina. O paginetta volta a spirale, come si vedrà. [3]Nota è la mania tutta gaddiana nella gestione degli strumenti dello scrivere, che il Grande riforniva sempre e solo da un negozio specializzato, nonché cartoleria, con sede unica in Galleria Vittorio Emanuele, nella sua Milano. E a Firenze? E a Roma? Mah, avrà fatto le scorte, è pure da credersi! [4]Famosissimi i Cahiers d’études, ad exempla, dediti al romanzo italiano d’ignoto: del novecento.

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E non subito[5] le tastiere, da esserne un Mozart, e musicarne il mondo; prima un par di caffè, di quelli bòni, mica acqua di raggoverno ladro e assassino, che dovunque ti ispillano, se non sei nelle terre tua[6]. Il dramma è quando, dispanate le nebbie, ripercorri le grafiti e non riconosci i grumi, gli antefatti e i fatti: le parole insomma, che puttanaèva si sono perse nei significati e nei segni. E t’incazzi con te e il mondo tutto allora, mèmore delle veritiere parole: chi non legge nella propria scrittura… e ne ragliano ancora i ricordi. E l’addirittura asino, o ciuccio o magari mulo, dipende dagli incroci e dalle parallele[7], che sempre asino è. E nulla daffare, la parola non si trova né vi si riconosce, eppure scaturì pura, conseguente e chiarissima allora: magari un moto improvviso, uno sdrucciolino della matituccia seibì, te l’ha distorta, per un attimo, nella direzione, e incanalata verso il mistero, che è sempre eterno e crudele. O a distanza di giorni, magari e invece, per illuminazione elettrica della mente, riappare alla ragione e non poteva essere che quella lì, la parola cane. Ma nel frattempo altro hai sviluppato, e infinitamente di peggio, e ti mordi le mani o la seibì che ti hanno tradito, da cui il raglio d’asino eccetera. Da qui la necessità delle scorte, delle seibì almeno, sempre acuminate e atte agli usi loro. Nel paralleloebipedo di cartone color pegamoide[8], come tante margherite senza i petali, care agl’innamorati curiosi del futuro lor prossimo; o anteriore. Al secondo caffè[9], quindi, si attivano le tastiere e i videos, e si spàiano[10]via le spirali. Cosa è rimasto nelle reti? L’inserzione a nota, di recente acquisa allo stile, complica e sporge[11] negli intricati assunti, e moltiplica le deviazioni e gli incroci, per far perdere ogni possibilità di strada o di ritorno, al paziente leggitore qualsivoglia al mondo. Idea presa e incamerata puranche da Commedie Divine annotatissime, noiose un po’, magari, ma esaustive e esauste, di notiziole e fabule di cui ci importi, comunque, un poco il sapere. Perché non farsele da soli, allora, le noterelle, in casa, all’impronta[12], impedendo ai critichi l’affondarci le mani e le pugna, a ruinare i ritmi e perseguitar le sintassi?

[5] Non si può subito scrivere al computer, attingendo agli appunti presi sui taccuini; occorre lasciare decantare, che i lieviti facciano il loro, che il sangue coaguli. Non gli è facile, all’autore, il portare ai compimenti, come era semplicissimo, per esempio al Wolfango Amadeo, il comporre in musica. [6] E’ noto che il caffè si beve bòno altrochè in Italia; altrove dovrebbero tagliarsi mani e teste, al bar man o alla bar woman o girl, che dir si voglia. Assentienti, questa volta, anche i non si tocca caino! [7] Ciuccio sarai a Napoli, per esempio, e ciu’o a Firenze. Asino però dovunque, nel mondo, nelle diverse lingue possibili e chiaccherate. [8] Materia e colore attinti alla valigetta, poverissima, da viaggio, di Gonzalo ing. Pirobutirro, ma possessore di villa (senza parafulmini né mura di confine, se non nane e scalabilissime) e di peri infami, in Maradagàl, equamente inviso ai peones e alle guardie notturne. Assassino di gatti, ma non di mamme sbambite e vaganti da sole, nelle case. Come si legge nella Cognizione del dolore, sia nei tratti o puntate che nel volume intero. Gadda, come si ricorderà il lettore, pubblicò il suo libro più bello, prima ai tratti, nella rivista fiorentina “Letteratura”; quindi, vinto da richieste e preghiere pressanti, in volume, da Einaudi, nel ’63. [9] Il che vuol dire verso la metà mattina, dopo il primo di colazione e il secondo per merenduccia, come usasi nelle tosche terre o plaghe, da solo o in compagnia di brioches sfumanti, dei pani, dei burri e delle marmellate alle more. [10] Spàiare nel senso che il quadernuccio lo leggi aperto, quindi hai visione di pagine due, alla volta, che prima erano chiuse e appaiate; lì nel mezzo avrai la divisoria spirale. [11] Sporge all’infuori, sulla via o sulla vita, come un terrazzino giro giro la casa, a spenzoloni sul mondo delle cose visibili, a dialogar sereno co’ lettori e dar luce di lampadina accesa, al complicare vago delle parole. [12] Sporge all’infuori, sulla via o sulla vita, come un terrazzino giro giro la casa, a spenzoloni sul mondo delle cose visibili, a dialogar sereno co’ lettori e dar luce di lampadina accesa, al complicare vago delle parole.

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Lo spazio, minimo, inoltre aggiunto, costerà meno alle stampe e agli inchiostri, e la qualità dovrebbe, nei fortunati casi e rarissimi ce ne fusse, resultare almeno al pari, di fronte al maggiore testo ascritto lìssopra. Sicut dixit e pertanto di note e noterelle, non però azzurre[13] bensì rosse, infarcirò ab hodie gli iscritti. Fino a desideri diversi e contrari, andando in là cogli anni e col rimbambinire[14] certo delle sinapsi. Sul video allora testo e note, in efficacia di stereo, allamando all’insù parole e frasi[15], e disponendo all’archivio dei bytes invenzioni e idee, le più adatte alle armoniche mie libere e di pensiero. Per richiamarle, appena possibile, dal limbo alla limatura[16], o alla scartavètra ad alzo zero, quando vicino è l’imprimatur di chi comanda[17]. Sua perfezione assoluta lo autore loro. Severissimo con i propri, generoso invero con gli altrui intrugli di grammatiche, rococò o barocche, o alessandrine, che ne risultino casomai alle stampe[18]. Così scorre e benissimo, il mondo, per chi[19], oltre al viverci, divinità infami prescrissero anco lo scriverne[20].

[13] Riferimento, elementarewatson, alle Note Azzurre del Dossi, care e presenti al pluriscapigliato, anche lui, autore. [14] Forma tosca per rimbambire, perdere lentamente, con gli anni, la ragione delle cose; cara all’autore per ricordi di scuola: o che sse’ mezzo rimabambinito? Chi disse così, già compagno di banco, adesso è padre di due o tre figlioli e campa i giorni vendendo bicicli ai paesani sua. [15] Le più, poi, estratte ai guadini, si ributtano a fiume, lasciandole vive e guizzanti per pesche meno pignole e frittini misti ad uso di bocche più bòne. Per scrittori meno veleniti di me, in fondo alla somma! [16] D’aiuto, invero, rispetto agli antichi e maestri, l’uso di qual tecnica editòria, che permette oggi il taglia e cuci, il copia e incolla, in uso prima solo ai sarti o ai collazonatori di figurine Panini. Agli antichi e maestri supplivano le stilografiche. [17] Quando il testo è vicino a dirsi finito, o imperfettibile ancora, la lima diventa sottilissima, quasi ovatta gialla a dilucidare e brillarne le superfici: e si consultano allora i Battaglia, i Devoto-Ori, infine gli Zingarelli, e i Rocci, o ci si butta a pièppari, nel mare immenso del wuèbbe. Per sostanziare e averne conforto, all’insorgere astioso delle dubbia. [18] Qui per stampa va inteso il senso lato, esteso anche all’editare per web, oggi di più vasto e semplice percorso, rispetto alle chiuse accessibilità delle editorie cartacee, scomparsi, ahimè, per sempre, o in ferie, i Luigi e gli Arnoldi, i Leonardi e i Raffaelli. Sono rimasti i Michelangnoli, ma solo in sù la cappella, quella Sistina, in Roma; e pure quelli, dimolto restaurati. [19] Da intendersi qui nel senso di: colui al quale. [20] Sì lo so, prescrisse il fato illacrimata… eccetera: a memoria me la fecero sorbire, e mi piaceva pure, almeno il ritmo: non di certo le parole, del maledettissimo sempre Foscolone.

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Ma come avrà fatto, in esempio, lo Stefano Di Arrigo[21], che pure è grandissimo, a scrivere con il cartellino timbrato nelle tasche, impiegato di lettere, e disputar colla segretaria di morte e di mare? Ciufolando al suono della sirena dìttocco e mezzo, di mare in rema e di rema in mare? Senza i suffumigi improvvisi del tempo che scorre, le deliziose interruzioni quotidiane che ti azzerano le idee, una ogni dodici minuti secondi, o il campanello che ti suona, ogni sabatodimattina, presto, un testimone di Geòva, fra i più gagliardi, ad annunciarti la fine del mondo per il dopodomani alle due e 4 minuti a sòn d’orologio? Mentre sei lì, magari, a sgomitolare il matassone e a sferruzzarne qualche centrino da ridere? Penso a cosa sarebbe stato di un Ulysses, se il Giacomo Aloysio avesse avuto possibili orari diurni, e regolari, allo scriverne, anziché ritaglioni notturni e letti disfatti a supporto precario dei fogli, a rischio di imbibirne le materasse, cogli inchiostri stilografari e a diversi colori[22]? O senza gli urli e i cazzottoni sòdi e inibitori del fratello astemio e rompicoglioni[23], a rammentargli ognora i doveri sua? Una noia perenne, immaginate, e ci avremmo rimesso del nostro, in ritmo e predicati verbali, di sicuro. E allora non rimpiango di certo gli agi e gli ozi a me lontani, non rimpiango ’redità negate o lotterie finite altrove[24], mi tengo il quotidiano rampicare di stambecco, di sasso in sasso, e le parole che a masnada m’assillano, benedette, e le fulmino, finché ne regge la mira, colla punta assassina della seibì, all’uopo aguzzata alle lame.

[21] Autore insigne di uno dei migliori libri della nostra letteratura, reso possibile alla scrittura dal vederci lungo dell’editore Mondadori, che in pratica gli consentì e gli impose il lavoro stenditore, e che lo portò al parto, negli anni, dell’Horcinus Orca, pescione di mare de’ più mortiferi e fetentoni che ci sìano o fussero stati, inquantochè simbolo della signora in nero, quella colla livella. Ci vollero le cannonate inglesi a spacciarlo via, e i morsi crudeli delle fere, o gli affamati delfini che dir si voglia. Se pure è cosa possibile spacciare la morte, cosa che nessuno crede, nemmeno ai giorni nostri, che tutto gli è possibile, agli uomini. [22] Ricordi joyciani, dello scribano in mutande, disteso su letto di fortuna, di poca pigione, fra carte e foglietti, con i boccettini di inchiostro colorato a secondo le parti suddivise dell’Ulysses, nel suo farsi concentrico di puzzle. E capodilavoro grandissimo alle stampe. [23] Accenno che vuol essere di sentita simpatia per Stannie, professore in lettere inglesi, che del più celebre James fu fratello minore e acèrrimo guardiano triestino, alle sbronze. [24] Mai del resto l’autore acquistò biglietti colla doppia matricola, deludendo le belle: O che il biglietto ’un lo piglia davvero?

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