Giuseppe Vannicola: Arte d’eccezione – Collezione Silvano Tognacci

 Da: Ferdinando Gerra, Musica, letteratura e mistica nel dramma di vita di Giuseppe Vannicola, 1876-1915 – La Revue du Nord e la Rivista Prose. Editore: Bardi, Roma, 1978.

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Come abbiamo fatto fino ad ora, anche per quel secondo periodo fiorentino cercheremo di seguire nelle linee essenziali le vicende del Vannicola e i suoi scritti traendone la documentazione da un accurato lavoro di ricerca, favoriti dal filo conduttore datoci dal Papini, ed anche da ritrovamenti che dobbiamo dire veramente insperati, se si pensa ad esempio a quello di un esemplare dell’opuscolo arte d’eccezione, che ebbe una tiratura di soli 51 esemplari, rintracciato dall’amico bibliofilo Enzo Mercuri su una bancarella di Porta Portese!

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Nel novembre 1911, « pei tipi di A. Vallecchi e C. » ma senza che Vallecchi figuri come editore, il Vannicola pubblicava con il titolo arte d’eccezione un suo singolarissimo scritto, presentato sul frontespizio come « Introduzione a una raccolta di ” Prose ” diretta da G. Vannicola », ma in realtà di ben diverso significato e valore. Preziosa l’edizione, in opuscolo di 32 pagine tirato in « 51 esemplari che portano a giustificazione la firma autografa dell’autore », e « messo in vendita a Lire cinque ». Copertina decorata da un disegno in verde di Oscar Ghiglia, sensibile pittore di interni e di nature morte, al quale e anche dedicata l’edizione con la seguente letterina a stampa: « Caro Ghiglia. L’arte deve far pensare o sentire? Grave questione che potrebbe eludersi dicendo che l’arte deve far pensare sentimenti e sentire pensieri. Tuo G. Vannicola ».

Fra il foglio con la dedica al Ghiglia e quello d’inizio del breve testo, un foglio che porta al recto, in una riga, la frase « Luci passano, nubi passano, vi sono arabeschi sulle pareti… », tratta da una pagina dell’opuscolo, ed a commento la citazione: « ” Mais, dit Angèle, cela ne suffit pas pour faire une poesie. — Alors laissons cela, repondis-je “. Andrè Gide ». Citazione da Les nonrritures terrestres, che esprime il tormento di non poter manifestare con linguaggio poetico quei sentimenti che così intensamente vivevano nell’intimo della propria natura.

Spunto a L’arte d’eccezione è la favola mitologica della gara fra il satiro Marsia, espertissimo nel trarre delicate melodie dal suo flauto, ed il divino Apollo, cantore e citaredo, conclusasi con il supplizio dello sconfitto Marsia, scorticato vivo per aver osato sfidare Apollo.

Modificando in parte l’origine della gara, il Vannicola sembra volere identificare simbolicamente nella sorte di Marsia il proprio destino: ” scorticamento ” di un’anima non compresa neppure dalla persona che gli era stata per anni compagna di vita, dopo averlo indotto a sempre più impegnative prove col portarlo su un cammino diverso da quello della musica, a lui il solo veramente congeniale. Ma nel soliloquio rivolto idealmente alla Lichnizki, un tempo chiamata nelle opere con il dolce nome di « Arnica » ed ora semplicemente « Signora », non vi sono lamenti od asprezze di rimproveri; solo una sognante e lievemente ironica rievocazione, quasi un gioco della fantasia, affiorando pero a tratti realtà di ricordi lontani e delicati rimpianti in un languido clima di decadentismo sensuale e poetico, anche se a volte il pensiero si eleva con più ampio respiro:

« No, Signora, prima di tutto non è vero che sia stato Marsia a sfidare Apollo; anche in questo Clio ha mentito.

Marsia era un modesto satiro che viveva in disparte, ignorato dagli dci, trascorrendo i lunghi meriggi afosi a inseguire pazzamente le ninfe, contento poi, la sera, di poter stringere contro il suo povero cuore di capripede, la secolare tristezza contenuta nella duplice canna della silvestre siringa.

La melodia si diffondeva per la fluidità del chiarore lunare e l’ultima nota restava sospesa nell’aria come, quando una campana ha cessato di suonare, una perla di puro silenzio si culla al cuore del gran vaso. Era una nota dolce, grave e un poco triste.

Ah, Signora! . .. era sopra una simile nota che avremmo dovuto dirci la parola: amore, a voce sommessa, di paura che avendola detta non si potesse più crederle…

Ben altra invece era la rinomanza e la gloria di Apollo, del quale si andava perfino dicendo che volesse di nuovo creare l’universo coi suoi canti. A cui Marsia si stringeva nelle spalle e diceva: ” Apollo canta bene, ed ha una bella veste “.

Ciò fu risaputo da Apollo.

Una sera Marsia zufolava, ascoltato con deferenza dall’antica foresta. Riconoscente ai nobili alberi, il satiro soffiava nella duplice canna, in accordo con l’inchinarsi dei grandi rami che il vento piegava sulla sua testa »(…)

« [Marsia] si senti toccare la spalla e vide Mercurio svelto e leggero che gli sorrideva speciosamente.

— Satiro, disse Mercurio in succinto; mio fratello Apollo sa della tua valentia e vuole che ti misuri con lui. Per cui ti ordina di trovarti domani ai piedi del Monte sacro. Le Muse e la stessa Minerva, degnano essere giudici. Se perdi, per punire la tua vanità, il mio divino fratello ti farà scorticare vivo.

Marsia ebbe un sussulto e gli parve che la foresta si fosse fatta d’improvviso anche più tacita, quasi per ascoltargli nelle vene il mormorare del sangue.

—  E se vinco?

—  Se vinci? disse Mercurio con gli occhi quasi chiusi in un sorriso. Se vinci avrai la gloria d’aver vinto Apollo »(…)

« E l’indomani si trovò al luogo indicato per la prova. (…) Marsia pronunziò un breve discorso, affermando che solo un Dio poteva cantare come Apollo; ma che vi sono vari modi d’esprimersi, facendo così, fin d’allora, un’insinuazione d’estetica che, anche oggi, è pericoloso arrischiare.

Apollo, le Muse e Minerva tacquero sdegnosamente.

Marsia prese la siringa. Preludiando e ripreludiando andava rammentandosi di due leggiadrissime ninfe da lui sorprese un giorno mentre si bagnavano e che fuggirono cosi rapide ch’egli ora si domandava, com’io di voi Signora: Amavo un sogno(1)?

L’onda del dolce ricordo invase i sensi favolosi del satiro ed egli, comprendendo d’istinto quello che io tante volte ho voluto insinuarvi, ma invano, che tutte le visioni, cioè, sono sogni dell’anima, evoco sulla musica della silvestre siringa l’immagine voluttuosa delle due fuggitive. E la reminiscenza si cullò allora al soffio d’una concupiscente ispirazione. II suono, soave, languido, si faceva squillante quando l’effervescenza libidinosa dell’evocatore scoppiava irrefrenabile nel suo povero cuore di satiro; ma anche allora finì sopra una nota triste.

Minerva dava segni evidenti di stanchezza, come voi Signora, quand’io vi leggevo qualche recente poeta, o rabescavo con le dita sulla tastiera la flebile mollizia di una frase di Debussy, e voi andavate e venivate, cercando un cuscino, un merletto, abbassando la lampada, sfogliando una rosa …

Poi che Marsia ebbe cessato di zufolare, Apollo prese la lira e s’accompagnò un inno, calmo, veramente classico, pieno d’immagini nobili e grandiose che già destavano il ricordo della Scuola.

Marsia taceva cupo nel volto … — Puniscilo, Apollo!

E le Muse approvarono la sentenza della superba Minerva, perché di tutti i supplizi quello di Marsia è il solo che non trovi pietà, nemmeno nelle donne.

Vivo, Signora, lo scorticarono vivo!

Mentre Minerva e le Muse circondavano Apollo e lusingavano la sua vanità, le lagrime e il sangue di Marsia scorrevano sull’erba a cantare l’eterna canzone: ” Arte d’eccezione ” » (…)

« Cadono i giorni, come cadono le foglie, non si sa quale vento venuto di la dei neri paesi, di la delle acque profonde, scuole l’albero del tempo e ne fa cadere, ad uno ad uno, i giorni appassiti. Un giorno che cade e tragico, come un giorno che sorgo, come l’ora che suona »(…)

« Tornano nuovi giorni, fogliame dell’anno, e anch’essi hanno luce e ombra, e nascono nella notte e muoiono nella notte. Ma sono gli stessi dei trascorsi, e non hanno lo stesso odore ne lo stesso colore.

E il tempo non e soltanto il perpetuo ricominciamento del giorno del mese e dell’anno; e l’artefice d’una realtà che ogni ora viene ad accrescere: il Passato.

Dicono anche che le parole sono i segni di cui ci serviamo per chiamare le cose; infatti le ” chiamiamo”, le evochiamo costituendo in noi lo stato di conoscenza che corrispondo alla loro presenza sensibile, le produciamo. Produrre! cioè dotare di un’esistenza esteriore un essere artificiale, uniforme, che s’imprime nei nostri sensi sempre lo stesso. Questo essere e quello che noi chiamiamo una parola. Io la proferisco e l’intendo: la ricevo e la rendo: sono l’istrumento e l’orecchio » (…)

« Ma tutto questo, Signora, vi parrà linguaggio scucito, disturbando le vostre abitudini di orecchio e di pensiero. Eppure, quante volte vi ho confidato che di tutti i piaceri che mi vengono da voi, il piu delicato e quello di non essere compreso? Ma voi facevate come se aveste compreso, accusandomi di un leggero dandysmo »(…)

« Sul tavolo dove scrivo, la lampada fa il suo canto lieve, dolce come quello che si sente ascoltando nelle conchiglie. Nella sua aureola, il minuscolo violino d’una zanzara si ostina simile ad un solista che si eserciti in una casa molto lontana. Alcuni insetti cadono in una caduta obliqua, e dolcemente vibrano sul tavolo. Una farfalla, bionda come una festuca di paglia, si trascina nella piccola valle di un libro. Da un vaso, delle rose si protendono ad osservarmi timidamente, come pigmei che abbiano scoperto un orco. Dalla finestra aperta viene un odore serotino, indelinibile e che mi reca come un dubbio oscuro, squisito e molle.

L’ombra entra come un’ala strascinante e leggera che scivola sulle corde d’un istrumento per un suono indicibile »(…)

« La vita e la goccia che stilla e che cade, e che un’altra goccia segue e spinge nella sua caduta. (…) E noi non siamo che gocce che si formano, stillano e cadono, eppure in cosi brevi secondi possiamo vivere un mondo e creare un mondo. (…) Luci passano, nubi passano, vi sono arabeschi sulle pareti. Esili immagini si disegnano, si precipitano, s’illuminano, impallidiscono, muoiono »(…)

« Voi dormite, prigioniera d’un incantesimo, Andromeda in attesa di Perseo che 1’involi sulle ali vellutate della Chimera … Ai vostri piedi, nella serenità, dorme un grande lago dove si riflette tutta la bellezza del cielo, dove la riva sorride nel fogliame dei lauri, nei mirti in fiore, nelle ghirlande dei glicini. L’ape stringe cantando intorno alle rose la spirale del suo volo, poi tace, calma le ali sulle frange delle foglie, e ne rivola tutta radiosa della polvere d’oro che fiorisce i palazzi dell’intelligenza. Voi dormite. Sognate; sorridete … Io m’inginocchio presso di voi e (discretamente, non vi turbate, Signora!) slaccio la vostra veste di seta, e la stoffa ondeggiante intorno al corpo simula la schiuma d’onde è nata Afrodite.

La vostra carnagione delicata e dorata colora dei suoi riflessi l’acqua diafana del lago addormentato ai vostri piedi; e i raggi del sole, vittoriosi dei rami, vi penetrano, o diamante! e vi trafiggono di luce. La riva reprime il sorriso ondulato delle foglie; l’ape tace sospesa su la rosa; e il mio sguardo brucia su i due grani granati dei vostri seni, che si sollevano, si riabbassano, spariscono come due fiori di magnolia sotto la neve.  Seguo con lo sguardo e con le dita il corso delle vene che vanno a perdersi come ruscelli di linfa fra la fioritura d’oro dei giunchigli.

Ma non vi turbate, Signora, non vi profanerò. Le corde della viola sono spezzate, le sette corde che erano le nostre sette voluttà. Ho voluto solo mettere sette rose alle sette chiavi della viola, e far correre l’arco sui colori dell’iride per una carezza menu tangibile della traccia dell’ape nell’aria, meno visibile dell’odore delle rose.

Non vi turbate, e stato un metafisico giuoco in un’ora profumata dall’odore delle rose morenti. Ho voluto solo, con la fluidica chiave dei nervi prolungati nell’indefinito, aprire l’armadio del vostro pensiero sognante, giuocare con i merletti, le piume, le trine e le sete, delicatamente, senza niente guastare, senza niente gualcire » (…)

« Oh! ma voi non leggerete neppure, e poi farete come se aveste compreso, come se aveste passeggiato in un giardino amico e tutti i miei pensieri, i miei secondi pensieri, vi fossero venuti a mangiare docilmente nel cavo della mano.

E quando ci rivedremo, mi direte che questa e arte d’ecce­zione, mentre io non ho fatto che modulare nel flauto la musicalità dei giorni che sono caduti, dei giorni che non torneranno mai … E mi scorticherete vivo con una tenera ma innegabile i

(1) Risonanza dall'Après-midi d'un Faune del Mallarmé: « Ces nymphes, je les veux perpetuer./Si claire,/Leur incarnat leger, qu'il voltige dans l'air/Assoupi de sommeils touffus./Aimai je un rève? ».
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